Ci piace vincere facile, e anticipare qui la spiegazione che il Giornalista Collettivo darà del riavvicinamento tra Elon Musk e Donald Trump: squilibri umorali, con allusioni moralistiche al consumo di sostanze da parte del primo. Per chi volesse oltrepassare questo grado zero dell’analisi, ribadiamo l’ovvio: il rapporto tra il presidente degli Stati Uniti e l’uomo più ricco del pianeta attecchisce in un groviglio di potere politico, forza economica, visioni condivise, interessi reciproci. Poiché ognuna di queste variabili è allo stesso tempo significativa e parziale, conviene seguire il filo della cronaca. Il primo passo lo fa colui che aveva strappato violentemente, Elon Musk. Ovviamente, su X: «Mi rammarico per alcuni miei post sul presidente Donald Trump. Sono andati troppo oltre».
Per qualcuno con la sua consapevolezza di sé, è un atto clamoroso. Qui conta perfino poco la profondità del “pentimento” nel foro interiore, la relazione Trump-Musk è per sua natura pubblica e ultrapolitica, decisiva per la polis americana. E quello che oggi è fuori dallo Studio Ovale si è probabilmente rammentato del motivo per cui si è (e ha) tanto speso per riportarci dentro l’altro. L’adesione di Musk al trumpismo (e anche il tentativo in parte velleitario di indirizzarlo) poggia anzitutto su quella che per l’imprenditore-visionario è una necessità epocale della civiltà americana (e occidentale). Con sintesi estrema: farla finita con l’abbaglio suicida Woke («ho giurato di distruggere il virus mentale Woke», ha proclamato più volte l’ex Doge). Attenzione: per lui è allo stesso tempo una necessità di business e di idee. Corrisponde a un trauma dell’esistenza, quello del figlio Xavier che ha ultimato un percorso di transizione farmacologico e chirurgico per diventare Vivien (secondo Musk condizionato precocemente dall’ideologia della fluidità di genere). E s’incardina in una problematica aziendale: Tesla si è trasferita in Texas per la iper-regolamentazione e la iper-tassazione californiane, funzionali ad alimentare l’apparato assistenzialista politicamente corretto a favore delle “minoranze” più disparate.














