Il cammino per la rielezione
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La scientifica a Villa Pamphili Gli esami sugli oggetti e indumenti ritrovati nell’area si faranno la prossima settimana
di Nino FemianiROMAUna tutina rosa, appallottolata e gettata in un cestino dei rifiuti. E un bracciale di legno nero, di tipo tribale, ritrovato da una giornalista di Mediaset e consegnato alla polizia. Potrebbe essere in questi due oggetti il filo rosso per uscire dal tunnel buio di Villa Pamphili, dove la morte ha lasciato due corpi, una scia di misteri e interrogativi. Una tutina, taglia 6-12 mesi, sfilata in fretta, forse per cancellare prove, forse per nascondere la vergogna. Ma il cotone trattiene segreti: una fibra, un’impronta, un capello potrebbero inchiodare il killer, a questo si aggrappano gli investigatori. E poi intorno al punto in cui c’era il corpo, i resti di una tenda accartocciata e cibo non scaduto. Poco più avanti una sorta di braciere fatto con i sassi.
Sabato pomeriggio, nel cuore verde di Roma, la scena era di quelle che scioccano. Una bambina nuda, morta tra le siepi, a duecento metri dal cadavere della madre, trenta anni o giù di lì. Nessuno le cerca, nessuno le reclama, due invisibili, inghiottite dal verde abbacinante del parco più grande di Roma. La madre, capelli chiari, ha unghie curate e depilazione perfetta (forse fatta con il laser): non è una senzatetto, dicono ora gli inquirenti che hanno trovato, accanto al suo corpo nudo, celato da una grossa busta nera, un reggiseno e un sacco a pelo pulito. Sul corpo ha quattro tatuaggi, due dei quali maldestri o fatti in casa, forse ricordi di un’altra vita, indizio importante per risalire a un nome. Un tatuatore esperto sentito dal Corriere li ha giudicati comuni e fatti male. Ma nei colori del surf imbracciato da quello che sembra uno scheletro (tema classico dei tatuaggi) ha visto la bandiera lituana: collimerebbe con le ipotesi sulla provenienza fatta dagli inquirenti (est o nord Europa).












