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9 GIUGNO 2025

Ultimo aggiornamento: 13:27

Neanche due anni, 24 partite (l’ultima da giocare con la valigia in mano stasera, in un clima surreale e l’obbligo di vincere contro la piccola Moldova), poche gioie (giusto la qualificazione sofferta a Euro 2024 e l’illusoria di Nations League in Francia), tanti dolori, l’apoteosi in Norvegia, disfatta che supera persino la figuraccia ad Euro 2024 contro la Svizzera. Finisce così il ciclo disastroso sulla panchina dell’Italia di Luciano Spalletti, lascia in eredità una nazionale in macerie e un’altra qualificazione a un altro mondiale a forte rischio.

Di fronte a questo ennesimo fallimento, i limiti di un movimento ridotto ai minimi storici sono talmente evidenti che si potrebbe essere quasi tentati di risparmiare di Spalletti. Infatti, passata l’ondata iniziale delle critiche, ottenuta la testa del ct con l’esonero, sono già iniziate le analisi assolutorie. Gli hanno fatto pure l’applauso in conferenza stampa, e non si capisce per cosa. Se sono cambiati tre commissari tecnici (Spalletti, appunto, Mancini e Ventura) ma non i risultati, cioè quello di una nazionale che rischia di non qualificarsi un’altra volta al Mondiale. Se abbiamo saltato a piè pari due-tre generazioni e ormai da quasi due decenni non produciamo uno straccio di talento offensivo. Se ovunque in Europa – e non parliamo solo di Francia e Spagna ma ormai anche di Belgio, Svizzera e Norvegia – si gioca un calcio fresco e veloce, mentre noi siamo ancorati a ritmi stantii. Se il calcio italiano ha tutti questi problemi, non sarà certo colpa dell’allenatore. Invece la verità è che Luciano Spalletti, che rimane un ottimo allenatore di club come testimonia la sua carriera, è stato un pessimo ct. Uno dei peggiori in assoluto che si ricordi a memoria, per le aspettative che si portava dietro. Non una vittima, ma artefice di un disastro nel disastro: se c’è un colpevole dell’ultimo anno e mezzo da brividi della nazionale è proprio lui.