No. Non è stata una partita di tennis. Finisce all’imbrunire, mentre Parigi accende le sue mille luci, una vicenda a tratti sfuggita alle leggi del reale. L’ultimo passante che Alcaraz infila nella cruna dell’ago di Sinner, quando l’orologio segna 5h29’ dall’inizio della finale del Roland Garros (record), ci dice che Carlos ha avuto più voglia di vivere di Jannik, che si è suicidato con quei tre match point gettati nella Senna sul 5-3 del quarto set; sarebbe ingiusto, però, giudicare questo romanzo dal finale amaro per il n.1, la cui grandezza non esce ridimensionata dalla quinta sconfitta consecutiva — la più dura — con il ragazzo che si conferma punizione divina. Nel dramma sportivo, come a Roma ma amplificato dalla dimensione Slam, Jannik guadagna umanità, un bene prezioso che gli sarà utile nel prossimo decennio, che si annuncia portentoso come l’epopea dei Big Three. Forse addirittura di più.