L’Ops lanciata da UniCredit su BancoBpm è per il momento impantanata in Tribunale, con ricorsi e controricorsi al Tar del Lazio dall’esito imprevedibile per gli analisti finanziari. Difficili da capire per gli investitori sono anche i “negoziati” che UniCredit sostiene di aver intavolato con il Governo per la revisione delle condizioni imposte attraverso il Golden Power. Condizioni che se rimanessero immutate, stando a quanto dichiarato pubblicamente dal ceo di UniCredit Andrea Orcel, porterebbero al ritiro dell’offerta. Per qualche settimana, l’Ops sarà affidata a giudici e avvocati. E alla politica. Gli analisti finanziari hanno interrotto ogni previsione in attesa che si risolvano le dispute nei palazzi romani. L’Ops è dunque finita in uno stallo dall’esito imprevedibile.

L’ipotesi

Proviamo allora a procedere con un’ipotesi. Supponiamo che UniCredit non ritiri l’offerta e che essa proceda sul mercato. Riuscirà Orcel a conquistare almeno il 51% di BancoBpm senza un congruo rilancio del prezzo? Nessuno può saperlo, ma è importante considerare che l’azionariato della ex banca popolare è molto cambiato rispetto al momento del lancio dell’Ops.

Tra gli azionisti che hanno mantenuto le quote invariate vi è il blocco Fondazioni e Casse Previdenziali, cui si potrebbe aggiungere il finanziere italiano Davide Leone, che complessivamente detiene una quota superiore al 10%. Questo fronte per ora si è mantenuto a favore della difesa dell’autonomia di BancoBpm e, soprattutto in assenza di un rilancio del prezzo, potrebbe decidere di non consegnare le azioni a UniCredit. A questi grandi soci, si aggiunge il 20% circa del capitale detenuto dalla clientela retail che, trattandosi di una ex popolare, è composta anche da dipendenti, pensionati (spesso con figli che lavorano in banca) e piccoli imprenditori e artigiani fedeli alla loro banca di territorio.