Donald Trump II si avvicina al traguardo del suo primo semestre alla Casa Bianca: neppure metà anno da 47° presidente degli Stati Uniti e il giro completo da 45° è già scolorato in lontananza, con la parentesi fragile di Joe Biden. Le sue frasi piú clamorose risuonano in ogni Paese, istituzione, impresa, famiglia – o stanza singola – a seconda dell’impatto che hanno avuto bussando tracotanti alla nostra porta, causa di incubi ricorrenti e qualche risveglio. Abbiamo cominciato con quel «tutti mi baciano il culo» per strappare un accordo. Continuato con l’Europa «parassita», copyright di J. D. Vance, e sempre «very difficult»nelle trattative per cui a un certo punto destinata all’ascia dei dazi. Poi «il genocidio dei bianchi» in Sudafrica, denunciato con uno sventolio di video privi di riscontri. Zelensky che resta un alieno nonostante quella foto, le due sedie accostate in San Pietro, il giorno dell’addio a Francesco. L’America rifondata «su due generi e basta: maschi & femmine». La transizione green decaduta e così tutte le politiche di diversità-equità-inclusione accusate di essere all’origine di ogni male, fosse anche lo scontro tra un elicottero e un aereo nei cieli di Washington. Le auto elettriche che sono «tristi e silenziose, perché non hanno un’anima – come i democratici»…
Come si fa opposizione se le democrazie si spostano verso l’autarchia? Prove di aritmetica politica
Bisognerebbe rifuggire dallo sdegno istantaneo e indistinto. Meglio fare i conti con le promesse (sono diminuiti i prezzi? Chi ha guadagnato in Borsa? Le guerre sono finite?) punto per punto. E non rinunciare agli ideali







