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Mennella, Terranova, Vitale e molti altri scavano nella storia spesso famigliare
In Un venerdì di aprile (Einaudi, traduzione di Cristiana Mennella, pagg. 120, euro 16,50), lo scrittore Donald Antrim fornisce ottantasette modi per nominare il disagio mentale, su oltre cento che elenca collegati al suicidio: nessuna di queste etichette da manuale medico tuttavia lo aiuta a capire perché sta come sta. Il romanzo-memoir di Antrim è solo uno dei tanti libri appena usciti sul tema, tutti o quasi legati a una esperienza autobiografica o familiare e tutti o quasi accomunati soprattutto dall'urgenza di scaricare sulla pagina l'esperienza dei ricoveri, delle guarigioni troppo spesso temporanee, del dolore incomunicabile, delle terapie incomprensibili o, peggio, vissute come violenza e di una solitudine che è il dolore più grande di tutti e che solo la scrittura pare, almeno in parte, lenire. Perché la malattia mentale è Una piccola fine del mondo, come la definisce nel titolo del suo saggio appena pubblicato sulla crisi psicotica lo psichiatra Paolo Milone (Einaudi, pagg. 120, euro 13).






