Non ce n'è una, tra le regolamentazioni con cui l'Unione europea sta provando in questi anni a mettere ordine nel mondo digitale, che non risulti scomoda alle Big Tech americane. Tra il Gdpr che ha ritardato fortemente l'arrivo di Meta AI e il Digital Services Act che pende sulla testa sia di X sia dei siti a luci rosse - senza dimenticare l'AI Act, che sta entrando formalmente in vigore - forse il più scomodo tra tutti è però il Digital Markets Act, ovvero una legge che ha l'obiettivo di rendere questo mercato - nato e cresciuto in un modo anarchico e seguendo gli interessi o l'etica dei singoli colossi - più equo. Per tutti, siano essi giocatori grandi (enormi) o piccoli e desiderosi di crearsi uno spazio che spesso non riescono a trovare. E, per farlo, ha chiesto enormi cambiamenti alle piattaforme che oggi controllano il nostro accesso ai servizi digitali. I cosiddetti «Gatekeeper», che hanno molti vantaggi e devono dunque prendersi anche maggiori responsabilità. Gatekeeper che dialogano, collaborano, a volte subiscono e a volte non ci stanno alle decisioni della Commissione europea. In questo caso ad alzare la testa, quasi in contemporanea, sono stati Apple - presentando un appello contro un nuovo «obbligo» che viene ritenuto non solo ingiusta ma anche dannoso per gli utenti - e Meta, che invece rifiuta di accettare la visione delle autorità europee sulle sue aziende, e dunque sui suoi affari.