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Attualmente diagnosticare l’Alzheimer è un processo complesso, costoso e spesso fastidioso. Servono esami non sempre facilmente accessibili, come la puntura lombare, per l’analisi del liquido cerebrospinale, e la tomografia a emissioni di positroni (la PET). Le cose però potrebbero cambiare grazie ai recenti progressi nella ricerca di biomarcatori ematici, cioè molecole la cui alterazione nel sangue è correlata alla malattia e può essere rilevata anche prima dell’insorgenza dei sintomi, che di solito compaiono dopo i 65-70 anni.
Se, quando e a chi somministrare i test per i biomarcatori è un tema che solleva però questioni complesse e richiede attente valutazioni. Oltre ai potenziali benefici, serve infatti considerare le implicazioni etiche e psicologiche di far conoscere alle persone qual è il loro rischio di sviluppare una malattia per cui al momento non esistono cure. È una delle ragioni per cui attualmente i test non sono disponibili per la popolazione generale ma solo come strumenti di supporto alla diagnosi tradizionale.
Uno di questi è stato da poco autorizzato negli Stati Uniti dalla Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia che si occupa della regolamentazione dei prodotti farmaceutici. Prodotto dall’azienda giapponese Fujirebio, il test permette di misurare i livelli nel sangue di due proteine associate a un accumulo di placche nel cervello, uno dei tratti distintivi dell’Alzheimer. Le placche possono formarsi anni prima di qualsiasi sintomo di deterioramento cognitivo, ma il test – che non basta da solo né a diagnosticare né ad escludere la malattia – è stato autorizzato soltanto per l’utilizzo clinico su pazienti sintomatici e di almeno 55 anni.






