Hiv e un obiettivo ambiziosissimo: arrivare a zero contagi. Una meta che fino a qualche anno fa sembrava impossibile da raggiungere, ma che oggi – grazie agli avanzamenti scientifici nel campo della prevenzione e del trattamento dell’infezione – sembra davvero finalmente più vicino. Dal punto di vista del trattamento, infatti, l’arrivo dei nuovi farmaci antiretrovirali ha completamente cambiato lo scenario, consentendo alle persone con Hiv non solo di tenere sotto controllo il patogeno e di scongiurare l’insorgenza dell’Aids, ma anche (se la terapia viene assunta in modo corretto) di non trasmettere l'infezione: l’aspettativa di vita di una persona con Hiv che segue la terapia è oggi quasi comparabile a quella della popolazione generale. Ma anche dal punto di vista della prevenzione si sono fatti enormi passi in avanti: abbiamo infatti a disposizione una terapia di profilassi, la PrEP, che agisce in senso inverso, cioè impedendo l’infezione di persone Hiv-negative. Proprio di PrEP abbiamo appena avuto modo di parlare con Linda-Gail Bekker, una delle massime autorità mondiali del campo, fondatrice del Desmond Tutu Hiv in Sudafrica, ex presidente della International Aids Society e principal investigator di Purpose-1, uno studio che ha studiato la sicurezza e l’efficacia di lenacapavir con esiti straordinari – un’efficacia del 100% e un tasso di infezioni zero in donne cisgender – che, per l’appunto, lasciano ben sperare per un futuro Hiv-free.Professoressa Bekker, ci racconta il suo percorso professionale? Come è arrivata a fondare un grande centro come il Desmond Tutu a Città del Capo?Sono nata in Zimbabwe e cresciuta in una fattoria. Già dall’età di tre anni dicevo che avrei voluto fare il medico, e ho dato tutta me stessa per raggiungere questo obiettivo. Ho studiato medicina all’Università di Città del Capo, e successivamente mi sono spostata nel KwaZulu-Natal per lavorare e sostenermi negli studi, dato che non provengo da una famiglia benestante e sono stata la prima a frequentare l’Università. Curiosamente, il mio desiderio sarebbe stato sdi diventare una geriatra; ma poi, proprio in quegli anni, è esplosa l’epidemia di Hiv. Essere testimone di così tanta sofferenza e tante vittime mi ha convinto a specializzarmi, invece, nel campo delle malattie infettive, e a provare a cercare soluzioni per quest’emergenza sanitaria. Ho conseguito un dottorato negli Stati Uniti, alla Rockfeller University di New York, e successivamente sono tornata in Sudafrica. Insieme a mio marito – anche lui uno specialista nel campo dell’Hiv – abbiamo quindi fondato nel 1996 il Desmund Tutu Center all’Università di Città del Capo e la Desmund Tutu Health Foundation. Ne andiamo orgogliosi: impieghiamo oltre 400 persone e abbiamo un raggio d’azione che si estende su due province sudafricane, e abbiamo l’obiettivo di porre fine all’Hiv in tutta la nazione.Hiv e prevenzione. Cos’è lo studio Purpose-1, e perché i suoi risultati sono così importanti?La PrEP – ovvero “profilassi pre-esposizione” – è una strategia in cui si usa un agente antiretrovirale in persone non affette da Hiv per prevenire l’infezione quando sono a rischio di esposizione. Lenacapavir, la molecola oggetto dello studio, è un cosiddetto “inibitore del capside”, molto potente e a lunga emivita, somministrabile con un’iniezione da fare ogni sei mesi: si tratta di fatto del primo agente PrEP della sua classe a lunga durata d’azione. Purpose-1 è stato uno degli studi condotti su donne cisgender che hanno rapporti sessuali con uomini per valutare se effettivamente la molecola, somministrata in questo modo, fosse in grado di prevenire l’infezione da Hiv. Lo studio, che fa parte del più ampio programma Purpose di Gilead, il più ampio e diversificato programma di sperimentazione sulla prevenzione dell’Hiv mai condotto nel mondo, ha coinvolto oltre 5mila ragazze adolescenti e giovani (16-26 anni) Hiv-negative, includendo per la prima volta donne in gravidanza e adolescenti. L’importanza dello studio risiede proprio nell’obiettivo di affrontare le sfide della prevenzione dell’Hiv in popolazioni difficili da raggiungere, come per l’appunto le giovani donne, nelle quali l’incidenza è stata storicamente “resistente” al cambiamento. Le ragioni sono molte: le giovani donne non sempre scelgono con chi avere rapporti sessuali, non sempre hanno la possibilità di pretendere l’uso del profilattico, a volte si trovano in posizioni “difficili” in cui non hanno abbastanza autonomia per garantire una sessualità sicura.Zero infezioni e 100% di efficacia. Un risultato non comune per un trial clinico. È stata sorpresa?In parte. Già uno studio precedente, condotto sul cabotegravir, aveva indicato che la PrEP potesse essere la risposta giusta alle infezioni, mostrando un’efficacia dell’89%: ci aspettavamo quindi risultati molto positivi. Devo dire, però, che misurare un’efficacia del 100% mi ha completamente sorpresa. Ricordo di aver pianto la notte in cui mi hanno comunicato questo risultato: non mi imbarazza raccontarlo perché per me ha significato molto poter immaginare che ora abbiamo l’opportunità di fermare l’infezione nelle giovani donne nella mia parte di mondo. I dati mostrano zero infezioni osservate nel gruppo cui è stato somministrato il lenacapavir. È un risultato straordinario.Perché un farmaco iniettabile rappresenta una svolta nella prevenzione dell’Hiv?Come tutti sanno, una delle più grandi sfide nel campo della lotta all’Hiv è la difficoltà di trovare un vaccino. Siamo tutti concordi nel pensare che se riuscissimo a mettere a punto un vaccino avremmo finalmente l’arma definitiva per eliminare completamente l’epidemia. Ecco, penso che il lenacapavir sottocutaneo, che va somministrato ogni sei mesi, sia quanto di più vicino abbiamo oggi alla possibilità di un vaccino. Voglio essere chiara: non è un vaccino perché non “utilizza” il sistema immunitario come un vaccino. Ma dura nel tempo: bastano due iniezioni all’anno e si è protetti dall’infezione. E questo ci fa ben sperare rispetto alla prevenzione dell’Hiv su larga scala, in particolare per i giovani. Le PrEP che si somministrano per via orale sono molto efficaci, ma bisogna assumerle quotidianamente, o ogni volta che si è a rischio di esposizione, il che ha grandi problemi di aderenza al trattamento. In questo caso è diverso. Non bisogna portare pillole in giro e ricordarsi di ingoiarle: in questo senso lenacapavir “somiglia” di più a un vaccino. Dopo l’iniezione, non ci si pensa più per sei mesi. È questa la vera svolta, il cambio di passo.Quanto è realistico l’obiettivo di arrivare a zero infezioni?Se riuscissimo a scalare e distribuire adeguatamente questo trattamento a quante più persone possibile, avremmo speranza di portare l’epidemia sotto controllo. La capacità di fermare del tutto l'infezione, in sostanza, dipende dall'accessibilità e dalla diffusione di questi strumenti, oltre che di quelli per il trattamento delle persone già infette. Il mio grande sogno è di riuscire a offrire questo trattamento a chiunque ritenga che un agente PrEP iniettabile somministrato due volte l'anno sia adatto a lui o lei. Richiederà volontà politica e risorse; ma forse, in questo modo, potremmo contribuire a porre fine all'epidemia di HIV per tutti, ovunque.
La nuova prep per l'Hiv “non è un vaccino, ma quanto di più simile siamo riusciti a fare”, parola di Linda-Gail Bekker
È una delle massime autorità mondiali nel campo dell’Hiv, fondatrice del Desmund Tutu Hiv in Sudafrica, e principal investigator dei test di un nuovo farmaco per la profilassi che ha fatto registrare l’efficacia del 100%







