L’obiettivo è ambizioso: arrivare a sconfiggere l’infezione da HIV e l’AIDS entro il 2030, grazie a nuovi farmaci e a terapie di prevenzione rivoluzionarie come la PrEP. Tuttavia, la strada è ancora in salita a causa di disinformazione e pregiudizi radicati, che rappresentano un ostacolo letale nella lotta al virus. Di questo si è discusso al Festival di Salute, in un incontro con Annamaria Cattelan, professoressa di malattie infettive e tropicali all’Università di Padova, e Marco Falaguasta, referente del Padova Checkpoint.
Festival di Salute 2025. Un mondo senza Aids
Il ritardo diagnostico
Il problema principale del nostro paese è il ritardo diagnostico: “Diagnostichiamo migliaia di casi ogni anno, spesso a persone in età avanzata: l’Italia è maglia nera in Europa nella tempestività di diagnosi del virus dell’HIV con il 60% di diagnosi tra i 41 e i 42 anni”, ha spiegato Cattelan. “L’errore è pensare che l’infezione da HIV appartenga al passato”. Tutt’altro: secondo i dati, il 76% delle diagnosi interessano gli uomini, in gran parte rappresentati da migranti. Anche tra le donne la componente migrante è significativa, rappresentando il 37% di tutte le pazienti. Alla base di queste diagnosi tardive vi sono lacune sistemiche e barriere culturali. I test, dice Cattelan, dovrebbero ’diventare di routine e non essere eseguiti solamente nel momento della comparsa di sintomi: il problema delle diagnosi tardive è che spesso arrivano nel momento in cui il sistema immunitario del paziente è già compromesso. A frenare l’accesso ai test è spesso la paura dello stigma: molte persone non si sentono a proprio agio a rivolgersi alle strutture ospedaliere per timore di essere giudicate. Un problema che, secondo gli esperti, riguarda anche la formazione stessa del personale sanitario, che deve essere aggiornato per minimizzare il disagio dei pazienti.






