Un colpevole per l’omicidio di Chiara Poggi c’è, si chiama Alberto Stasi. Lo ha deciso la Corte di cassazione con una condanna definitiva a 16 anni di reclusione che lui sta scontando dal 2015. È una sentenza che arriva dopo due precedenti assoluzioni e la stessa procura generale aveva espresso i propri dubbi sul fatto che fosse proprio lui l’assassino. Già questo basterebbe ad affermare che l’imputato non è stato condannato «oltre ogni ragionevole dubbio», così come impone la legge. Ma anche se così non fosse, è giusto che ogni imputato tenti in ogni modo di dimostrare la propria innocenza, utilizzi qualsiasi appiglio per far riaprire il proprio processo e ottenere una revisione.
Altrettanto doveroso, anzi obbligatorio, sarebbe che i magistrati — qualora emergano indizi tali da cambiare quella verità giudiziaria — tornassero a indagare, esplorando tutte le piste tralasciate, rileggendo i documenti, analizzando nuovamente i reperti, ordinando nuovi esami, soprattutto se la scienza consente di arrivare a risultati diversi da quelli ottenuti in passato.
Esistono però regole che devono essere rispettate. Esiste soprattutto il diritto dei cittadini coinvolti a non essere stritolati in un meccanismo infernale che tutto travolge e stravolge in nome della ricerca della verità che dovrebbe invece seguire uno schema rigoroso e un riserbo assoluto. Quello che sta accadendo a Pavia fa invece scempio delle vite di persone che sono innocenti fino a prova contraria, di presunti attori e comprimari collocati nuovamente sulla scena del delitto. Da settimane si raccontano — sulla base di indiscrezioni, stralci di documenti, nuove consulenze, dichiarazioni di avvocati, esperti o presunti tali — imminenti novità della nuova indagine avviata dalla Procura cittadina.












