L’uomo entrato – non da ora – nel caso Garlasco come il “super testimone” ha ora un volto e un nome. Si chiama Gianni Bruscagin, ed è lui che avrebbe riferito già 18 anni fa all’avvocato Tizzoni, il legale della famiglia Poggi, della comparsa di una delle cugine della vittima, le gemelle Cappa, a Tromello la mattina del 13 agosto 2017, quella del delitto. In bici, con un pesante borsone, verso la casa della nonna dove in quel periodo abitava il fratello maggiore (ma che era in vacanza in quei giorni) e non lontano dal canale dove, poche settimane fa, sono stati trovati alcuni reperti ora al vaglio degli inquirenti.

Bruscagin era già stato trovato, contattato e intervistato dalla trasmissione Le Iene, e la sua testimonianza anonima era stata mandata in onda già la settimana scorsa. Poi, dopo la replica di Tizzoni – che ha liquidato la storia come una delle tante persone che all’epoca lo contattarono, ma che in quello che diceva non c’era nulla di concreto e comunque gli aveva consigliato di rivolgersi ai carabinieri – ieri sera Bruscagin ha deciso di mostrarsi in volto e di raccontare la sua versione dei fatti, già cristallizzata in due verbali finiti nel fascicolo della nuova indagine sul delitto Poggi. L’uomo era, è, un conoscente di Tizzoni e, stando a quanto racconta, è a lui che riferì quanto gli era stato detto da due persone, ora morte. Nella sua versione, però, fu Tizzoni a contattarlo una settimana dopo il delitto chiedendogli una mano, e a lui aveva riportato il racconto che gli aveva fatto una signora in ospedale, e di cui aveva preso appunti su foglietti che ha mostrato ieri sera alle Iene: la mattina del 13 agosto la signora diceva di aver visto Stefania Cappa andare verso la casa della nonna a Tromello con un pesante borsone. Ma – dice ora Bruscagin – davanti a queste parole Tizzoni “mi disse che c’era un’indagine in corso, quindi secondo lui non si poteva affrontare un’altra indagine su altre persone e non mi consigliò di andare dai carabinieri”. Motivo, secondo lui, una amicizia di famiglia con i Cappa. “Mi sono permesso soltanto di parlare con un colonnello dei carabinieri di mia conoscenza. Lui mi ha detto per il momento di tenere tutto per me perché non era il momento giusto per potere divulgare queste cose, perché avrei rischiato di andarci di mezzo io. Pur facendo testimonianza di una verità allora non ci si poteva fidare degli inquirenti di quel tempo”.