Quando François-René de Chateaubriand, il grande scrittore romantico nonché politico e diplomatico francese, nel 1807 lamenta che, sotto il potere di Napoleone, «nel silenzio dell’abiezione, non si sente che la catena dello schiavo e la voce del delatore, e tutto trema davanti al tiranno», aggiunge che in questa situazione «lo storico sembra incaricato della vendetta dei popoli. È invano che Nerone prospera, nell’impero è già nato Tacito». La trasparente allegoria indica insomma in Publio Cornelio Tacito il nemico più acuto e più intransigente del potere tirannico, quello di cui la Francia ha bisogno per liberarsi dal giogo di Napoleone. Il passo conferma la fama e il prestigio di Tacito come analista spietato delle tirannidi, che in età moderna dà luogo al fenomeno culturale noto come «tacitismo», cioè al ricorso alla sua opera (da Machiavelli a Guicciardini a Montesquieu fino ai rivoluzionari francesi) come modello esemplare di una riflessione lucida e disincantata sul potere e sui suoi meccanismi, che ne demistifica le doppiezze e le finzioni.
Publio Cornelio Tacito: la lezione di Gianpiero Rosati | Le lezioni del Corriere
Nella sua riflessione disincantata denuncia i meccanismi del potere tirannico e il servilismo delle élite, offrendo un modello critico che attraversa i secoli: uno stile essenziale e tagliente per raccontare i silenzi, le paure e le menzogne del potere






