Vive a metà del I secolo d.C. uno scrittore dalla statura gigantesca, che sfugge ai normali confini di una collocazione letteraria o culturale. Seneca, nato a Cordova, in Spagna, suicida per ordine di Nerone nel 65 d.C., è l’ultimo grande della classicità? Oppure, vivendo l’epoca del primo Cristianesimo, va recepito e letto come il primo pensatore dell’età moderna? L’eredità culturale è quella greco-latina, ma l’idea stessa di coscienza interiore lo proietta verso il nuovo millennio. Scrisse moltissimo, e non ci rimane poco: dieci dialoghi filosofici, tre trattati fra cui uno di natura scientifica (le Naturales Quaestiones), nonché il prosimetro satirico Apokolokyntosis. Inoltre, le 124 Lettere a Lucilio e un corpus di nove tragedie (più una decima, l’Octavia, che però è spuria), le uniche tragedie intere dell’antichità latina sopravvissute fino a noi.