REGIONE DI CHERNIHIV (CONFINE TRA BIELORUSSIA E UCRAINA) Assomiglia al ruggito di una leonessa quello che esce dalla gola di Olga. Corre verso il pullman. Poi Andriy si stringe al petto il piccolo Vadym come se non dovesse lasciarlo andare mai più. Era ancora nella pancia di Olga quando lui è stato catturato. Anni, mesi, settimane, giorni. «Me lo sentivo che questa volta sarei tornato». Seconda tranche del maxi scambio di mille per mille prigionieri tra Mosca e Kiev. Ieri è stato il turno di altri 307. Uomini delle forze armate, del servizio di guardia di frontiera e della guardia nazionale ma anche 27 soldati che hanno difeso Mariupol e combattuto a Donetsk, Kherson, Kharkiv, Zaporizhzhia e Lugansk, spiega gentile Petro Jazenko, ufficiale del Gur, l’intelligence militare. Il più giovane del gruppo ha 25 anni, il più anziano 61. Tutti dimostrano almeno il doppio della loro età, hanno le facce stravolte, stanchi, grigi, magri, con le teste rasate. Totalmente spaesati quando scendono dai quattro pullman che li hanno trasportati dal confine all’ospedale di Chernihiv. Qui, prima di poter tornare alla loro vita, verranno curati, assistiti, interrogati. «Non fate loro domande sulle torture subite e sulle condizioni di prigionia, non hanno ancora visto gli psicologi. E soprattutto non parlate loro in russo perché potrebbero spaventarsi», chiede ancora Petro ai giornalisti. «E, per favore, siate rispettosi. Questi uomini hanno passato l’inferno». Molti di loro non hanno idea di come stia andando la guerra, e di cosa sia successo nel mondo negli ultimi mesi e anni. Non sanno che Putin dice ancora di voler piegare l’Ucraina.