«Mi hanno detto di spogliarmi. Faceva freddo, sotto zero. Ero nuda, in piedi sulle piastrelle». Olena ha poco più di trent'anni, viene dal sud dell'Ucraina. È stata arrestata nel 2022, nei primi mesi dell'occupazione russa nella regione di Kherson e lì è diventata una prigioniera. La sua voce oggi è ferma solo in apparenza. «In realtà dice io non sapevo se sarei uscita viva da quella stanza, pensavo che sarei morta lì». La "stanza", come la chiama lei, era un'aula di una ex scuola requisita dalle truppe russe e trasformata in centro di detenzione improvvisato. Succedeva spesso, racconta: edifici civili riconvertiti in camere di tortura subito dopo l'ingresso delle truppe. «La prima volta che ho provato sulla pelle l'elettroshock sono arrivati in gruppo, tutti uomini, hanno chiuso la porta. Poi hanno iniziato a ridere». Olena racconta che le hanno legato i polsi, collegato fili elettrici alle gambe, «anche ai genitali», e girato la manovella di un vecchio telefono da campo sovietico. «L'elettricità entrava nel corpo a ondate. Ti faceva perdere il senso del tempo. Ti faceva desiderare di morire». Non era un interrogatorio spiega. Era un messaggio. «Mi dicevano che non serviva parlare. Dovevo solo imparare chi comandava». Una violenza che non aveva lo scopo di ottenere informazioni, ma di spezzare.
«Noi ucraine sopravvissute alle torture. Prima l'elettroshock e poi gli stupri»
«Mi hanno detto di spogliarmi. Faceva freddo, sotto zero. Ero nuda, in piedi sulle piastrelle». Olena ha poco più di trent'anni, viene dal sud dell'Ucraina. È...







