Il 22 maggio 1978 fu approvata la legge 194: veniva riconosciuto l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza in Italia. Una conquista ottenuta grazie alle lotte femministe, alle disobbedienze civili, alle mobilitazioni pubbliche che avevano finalmente restituito autonoma dignità ai corpi e alle voci di migliaia di donne. Quarantasette anni dopo resta in vigore, ma gli attacchi sempre più aggressivi e pervasivi dei movimenti antiabortisti, insieme ai crescenti ostacoli posti dalle istituzioni ne osteggiano l’applicazione, insinuandosi nelle pieghe del testo compromissorio che vide la luce nel 1978.
La rinnovata forza della destra conservatrice non basta da sola a giustificare l’odierna precarietà dell’accesso all’aborto; quest’ultima, piuttosto, è l’esito inevitabile di un’ambivalenza che ha segnato la storia dell’interruzione di gravidanza nel nostro paese, tanto nel discorso politico quanto nel senso comune. La donna, in Italia, è prima di tutto madre: laddove decida di sottrarsi a tale essenziale missione deve risponderne pubblicamente e accettare che altri si esprimano (e spesso ancora decidano) sulla sua disobbedienza.
Mai piena, invece, la responsabilità dell’uomo, di cui raramente è censurato il comportamento, non meno fondamentale. Costretti entrambi nel destino inesorabile di una natura che nonostante norme, lotte e conquiste ne plasma ancora pesantemente l’agire e il relativo giudizio sociale. Su tutto questo grava enormemente l’immobilismo del Parlamento, che pare aver perso la capacità – o la volontà – di dare risposta ai bisogni sociali e alle istanze di riconoscimento dei - nuovi e vecchi - diritti.












