L’impatto della rivoluzione dell’intelligenza artificiale pari a quello della rivoluzione industriale. Se la trasformazione a cavallo dell’Ottocento ha cambiato radicalmente la forza lavoro, l’innovazione in corso negli ultimi anni incide in maniera significativa sulla gestione della conoscenza. Specialmente per chi svolge, per professione, un ruolo di disintermediazione, di gatekeeping.
È il caso dell’avvocatura che, nella seconda giornata di Talk to the future, la terza edizione dell’iniziativa realizzata dall’Ordine degli avvocati di Milano, si concentra su alcuni punti fondamentali: l’attenzione alle disuguaglianze, determinate soprattutto dai costi di accesso all’intelligenza artificiale; l’importanza di una formazione in costante aggiornamento; la qualità del dato; un uso critico e consapevole dello strumento.
La ricerca
L’occasione per fare il punto sullo stato dell’arte fra Ai e giustizia è la survey svolta in collaborazione fra l’Ordine forense di Milano e Il Sole 24 Ore. Per il presidente dell’Ordine, Antonino La Lumia, i dati che hanno visto salire dal 32,9% al 54,5%, in un anno, gli avvocati utilizzatori abituali «sono confortanti e non sorprendenti perché confermano una crescita consapevole dell’uso dell’intelligenza artificiale nella professione. L’Ai viene concepita come strumento servente e cooperativo, non da temere».








