Uno dei paradossi del nostro tempo è il liberalismo degli illiberali. Dalla Romania alla Francia, dalla Germania all’Ungheria, è lungo il cahier de doléance dei sovranisti contro le asserite repressioni da cui si sentono vessati. Fior di tifosi dell’autocrazia e fautori delle discriminazioni razziali si impancano ad apostoli delle libertà politiche e civili appena vengono sfiorati dall’ombra di qualche accertamento sulla legalità dei loro comportamenti. Teste di paglia foraggiate da potenze straniere e antisemiti conclamati levano altissimi lai ogni qual volta una democrazia s’azzarda a chieder conto delle loro credenziali democratiche. Col medesimo spirito battagliero, etnonazionalisti che campano grazie alle generose sovvenzioni europee si dannano l’anima per distruggere l’Unione, pronti a gridare all’eurogolpe appena l’Unione accenni a qualche provvedimento per far rispettare i propri valori. Per tutti costoro la perfetta democrazia liberale è quella che si lascia spiumare senza un fiato sino ad essere trasformata in un ossimoro più consono al mondo nuovo: una democrazia illiberale. Alla metà degli anni Dieci, proprio mentre si profilava in Occidente la grande ondata di intolleranza populista con cui ancora stiamo facendo i conti, un analista accorto ai legami tra liberalismo e democrazia come Yascha Mounk spiegava quanto la posta in gioco fosse diventata «esistenziale»: tenere insieme i due termini non era più scontato come in passato.
Strategie e paradossi illiberali
La linea da non sorpassare resta il primato della legge, trincea invalicabile di ogni sistema liberale e concetto indigeribile per i sovranisti d’ogni latitudine







