Dopo un’apertura in sordina, cinematograficamente parlando, e l’ubriacatura del gran finale di Mission: Impossible, i primi titoli del concorso al 78° Festival di Cannes fanno ben sperare nella cosiddetta “ottima annata”. Perché c’è un en plein di qualità nei quattro film finora visti, a partire dal più sorprendente e assai scioccante Sirāt diretto dal giovane franco-spagnolo Oliver Laxe. Un’opera visionaria e monumentale che trasforma un road movie nel deserto marocchino in un viaggio iniziatico e lisergico verso un’apocalisse mistica.

Al centro è Luis (Sergi Lopez) che col figlio minore si mette alla ricerca della figlia smarrita da alcuni mesi dopo un rave in Marocco. La cerca presso un nuovo rave party in quel territorio impervio, affidandosi a foto della figlia che distribuisce ai ravers. Quando i militari marocchini interrompono il consesso per emergenze belliche, l’uomo si accoda a un gruppo di loro, inoltrandosi in un viaggio che si rivelerà epico, rivelatore, tragico.

Laxe, alla sua opera quarta di finzione, non fa sconti: trasporta lo spettatore a ritmi techno-industrial in un percorso folle e sconvolgente, una danza sufi contemporanea sulla perdita, sul confine labile tra vita e morte, sullo svuotamento del sogno a favore della trance psichedelica come forma di conoscenza. Da una tale visione si esce come spettatori diversi, “iniziati”, certamente scioccati. Auspicabilmente il film potrà ricevere qualche premio importante se M.dme Binoche e co sapranno apprezzarlo.