Negli ultimi anni, l’organizzazione della supply chain globale sta subendo una trasformazione più radicale di quanto avvenuto nei decenni precedenti. Se la globalizzazione aveva incentivato la costruzione di catene di approvvigionamento estremamente estese, ottimizzate sul costo e sull’efficienza, il nuovo contesto geopolitico — caratterizzato da guerre commerciali, protezionismo, conflitti regionali e pandemie - impone una revisione strutturale dei modelli tradizionali. La lezione appresa nella gestione della crisi COVID 19, ancora fresca nella memoria, e più recentemente lo choc provocato dall’introduzione di dazi doganali e barriere commerciali, volute dall’amministrazione americana in una logica di “decoupling” da economie rivali come quella cinese, stanno rimodellando profondamente non solo dove le aziende producono, ma come pensano alla resilienza stessa delle loro reti.

Il tramonto della globalizzazione ingenua

Per anni, la logica dominante era il “just-in-time” su scala planetaria: produzione dislocata dove il lavoro costava meno, trasporti globali efficienti, magazzini ridotti al minimo. Ma l’imposizione di dazi improvvisi, l’inasprirsi dei controlli doganali e le incertezze legate a tensioni come quelle tra Stati Uniti e Cina o Russia ed Europa hanno reso evidente un rischio sottovalutato: la vulnerabilità sistemica.