Se a qualcuno serve la Giornata della Memoria non è al popolo ebraico – che ha cominciato a seguire percorsi propri di memoria, ad esempio con la giornata di Yom HaShoah, nel nostro maggio –, ma a noi che ebrei non siamo. E serve come esercizio di riflessione inteso nel senso etimologico del termine: di guardare se stessi nella Shoah, alla luce della Shoah. D’altra parte, è questo il senso proprio anche della preghiera ebraica, per la quale si impiega sempre un verbo riflessivo – hitPaLleL –, come ad indicare un auto-giudizio, un guardare se stessi alla luce del testo che si prega.

Se si compie questo sforzo, si scopre che la Shoah è una ferita che ci portiamo addosso anche noi non ebrei. Senza voler fare paragoni arditi, beninteso: la nostra è una ferita che è infinitamente diversa da quella che si porta addosso il popolo d’Israele, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Ma resta una ferita anche per noi. E ogni volta che ne facciamo memoria, in senso riflessivo, come in una preghiera, scopriamo che ce la portiamo ancora e sempre addosso. Come Giacobbe, in quella misteriosa notte biblica in cui lottò con Qualcuno “fino allo spuntare dell’aurora”. Vinse, ma ne esce con una slogatura all’anca che lo renderà zoppo per tutta la vita. Camminerà sempre e ancora con il ricordo di quel colpo addosso.