La riforma dell’Irpef a tre aliquote e altro è parte di quella rivoluzione fiscale che tutti attendevamo da cinquanta anni, come ha affermato Meloni, oppure si tratta della montagna (demagogica) che ha partorito il proverbiale topolino?
Stavolta il giudizio è abbastanza facile e obiettivo. Prendendo a prestito un titolo da film western tipo anni Settanta potremmo dire che la riformetta Leo-Meloni è brutta, sporca e cattiva.
Ok all’Irpef a tre aliquote, ma solo per il 2024. E con il nuovo Patto sarà impossibile rifinanziare il taglio (e quello del cuneo) facendo deficit
Intanto è brutta perché l’accorpamento delle aliquote è previsto solo per un anno. Non si era mai visto un tale riformismo deleterio che aumenta l’incertezza e la fragilità del nostro sistema fiscale. Poi è anche sporca perché non riguarda tutti i contribuenti ma ne taglia fuori alcuni milioni. La riforma non riguarda gli incapienti, la fascia bassa, ma nemmeno coloro che hanno un reddito lordo superiore ai 50.000 euro annuali. Quando alcuni anni fa il governo decise di ridurre gli sconti fiscali sopra i 120.000 euro, chi ora è al governo gridava allo scandalo perché si colpiva il ceto medio. Ora l’asticella della ricchezza è stata violentemente abbassata a 50.000 euro che evidentemente Meloni e la destra considerano la soglia della ricchezza, con spregio dei dati fiscali e totale incoerenza. Un fisco ancora più diseguale e irrazionale.






