Non è un semplice rinvio diplomatico. La decisione saudita di chiedere di spostare l'incontro previsto in Oman sullo Stretto di Hormuz rivela soprattutto il dilemma strategico nel quale si trova oggi Riyadh: ha bisogno che Hormuz torni a essere navigabile, ma non vuole che per ottenere questo risultato debba accettare un nuovo equilibrio regionale dettato dall'Iran.L'incontro avrebbe dovuto discutere il meccanismo proposto da Iran e Oman per organizzare la navigazione nello Stretto, il passaggio delle navi e una possibile gestione della crisi. Non era dunque un negoziato sulla guerra nel suo complesso, ma un tentativo di isolare almeno il problema delle rotte commerciali e petrolifere dal conflitto. Il rinvio, ufficialmente motivato da Mascate con la necessità di raggiungere un consenso regionale, è arrivato dopo le obiezioni saudite alle modifiche dell'intesa iraniano-omanita.Ed è proprio qui che si trova la chiave della posizione saudita. Riyadh non vuole che la sicurezza di Hormuz venga trasformata in una questione nella quale sia Teheran a stabilire le regole e gli altri Paesi del Golfo siano chiamati semplicemente ad aderire. Per l'Arabia Saudita sarebbe una concessione strategica molto più importante della temporanea riapertura di una rotta commerciale: significherebbe riconoscere all'Iran una sorta di ruolo di garante, o almeno di arbitro, dello Stretto che rappresenta il principale punto di passaggio dell'energia del Golfo. I paesi del Gulf Cooperation Council, Consiglio di Cooperazione del Golfo GCC) che comprende, oltre ai padroni di casa, Arabia, Qatar, Bahrein, Emirati e Kuwait, si sarebbero dovuti incontrare a Salalah a nord di Mascate, su invito iraniano. Incontro che aveva già registrato la rinuncia del Bahrein che non vuole sedersi al tavolo con Teheran fino a quando non si ristabiliscono i rapporti diplomatici con il regime degli ayatollah che, durante questi mesi e nel corso della guerra, non ha esitato ad attaccare il regno.La tempistica rende tutto ancora più delicato. L'Arabia Saudita sta subendo attacchi contro le proprie infrastrutture energetiche, mentre gli Houthi, sostenuti dall'Iran, stanno avanzando nello Yemen e minacciando lo stretto di Bab el-Mandeb. Per Riyadh i due chokepoint, come vengono definiti, Hormuz e Bab el-Mandeb, non sono più problemi separati. Sono diventati le due estremità della stessa vulnerabilità strategica: a est l'Iran può condizionare il traffico del Golfo, a sud i suoi alleati possono minacciare la via alternativa attraverso il Mar Rosso. Via che sta creando problemi anche agli egiziani che, però, non hanno voluto parlare direttamente con gli iraniani.È un cambiamento pesante. Per anni l'Arabia Saudita ha potuto contare sull'oleodotto East-West per aggirare Hormuz e portare il greggio fino a Yanbu, sul Mar Rosso. Ora anche questa assicurazione è sotto pressione, dopo soprattutto l'attacco della settimana scorsa all'aoleodotto da parte di droni partiti dall'Iraq, da gruppi filoiraniani (se non dal regime di Teheran come accusa qualcuno direttamente). La conquista houthi di posizioni strategiche all'ingresso del Mar Rosso riduce ulteriormente il margine di sicurezza saudita.Proprio per questo Riyadh non può permettersi di apparire come se stesse negoziando perché costretta dagli attacchi. Accettare rapidamente un'intesa con Teheran potrebbe produrre un precedente pericoloso: che la pressione militare sulle infrastrutture energetiche e sulle rotte commerciali sia uno strumento efficace per ottenere concessioni diplomatiche.C'è poi un calcolo più ampio. L'Arabia Saudita vuole capire quale sarà l'esito del confronto tra Washington e Teheran prima di legarsi a un accordo regionale. Se Stati Uniti e Iran arrivassero a un'intesa diversa sulla guerra e su Hormuz, un accordo saudita costruito oggi potrebbe diventare inutile domani. Riyadh preferisce quindi conservare margine di manovra. Si leggerebbe in questo senso anche il rifiuto americano di attaccare, anche se indiscrezioni vogliono operativi a stelle e strisce sul campo per aiutare i sauditi con operazioni di intelligence.Il rinvio, insomma, non significa che i sauditi vogliano lasciare Hormuz chiuso. Al contrario: proprio perché la libertà di navigazione è vitale per l'economia del regno, vogliono un'intesa più solida e soprattutto più regionale. La richiesta saudita può essere letta come un "non così": sì alla diplomazia, ma non a un accordo che trasformi la necessità di riaprire Hormuz nella vittoria strategica di Teheran; Riyadh non sta rifiutando la diplomazia su Hormuz, ma sta cercando di evitare che un'intesa negoziata sotto pressione finisca per consolidare il ruolo dell'Iran come arbitro della sicurezza marittima del GolfoIl vero negoziato, dunque, non riguarda soltanto il passaggio delle navi. Riguarda chi avrà il potere di garantire, controllare e, soprattutto, condizionare la sicurezza del Golfo nei prossimi anni.