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Venerdì sono state depositate le motivazioni della sentenza del primo processo sull’urbanistica a Milano, che riguardava la costruzione del grattacielo in via Stresa, la cosiddetta Torre Milano.
Il processo doveva stabilire la fondatezza della tesi della procura, secondo cui in città ci sono stati abusi per autorizzare e accelerare la costruzione di nuovi palazzi. Gli imputati erano otto, tutti assolti dalla giudice Paola Braggion il 16 giugno. Erano accusati di abusi edilizi, lottizzazioni abusive e falso, perché secondo l’accusa la costruzione della Torre Milano sarebbe stata autorizzata con un documento inadeguato, di quelli generalmente usati per lavori minori, ossia una Scia (“segnalazione certificata di inizio attività”).
Braggion ritiene in sostanza che non esista un sistema corruttivo a Milano, nessuna rete di favori tra i costruttori e i funzionari del comune, come aveva convintamente sostenuto la procura: «Nessun elemento probatorio è stato indicato a sostegno della tesi del complotto o di un possibile accordo criminoso», scrive Braggion. In altre parole, non ci sono prove.
Braggion dice anche che «il processo ha messo in luce, quantomeno, una situazione di grande incertezza interpretativa sulle varie questioni affrontate», e in questa incertezza i funzionari del comune hanno necessariamente seguito «una prassi all’epoca indiscussa» quando hanno dovuto autorizzare la pratica edilizia di Torre Milano, cioè farsi bastare la Scia per autorizzare i lavori. Secondo Braggion, inoltre, all’epoca in cui la pratica è stata avviata nessuno poteva pensare che potesse esserci un’interpretazione diversa, e più restrittiva, di quella che dava il comune in casi come questo.












