Le resistenze al varo della nuova legge elettorale, poi superate, erano arrivate dalla Lega, già all’inizio dell’anno. «Non è una priorità», aveva sentenziato Matteo Salvini, anche sulla scia del malcontento della Lega del Nord, in particolare di Luca Zaia, sul previsto superamento dei collegi uninominali, proprio quelli che avevano portato una certa fortuna al partito nelle elezioni del 2022, con le regole del Rosatellum, la legge elettorale, attualmente in vigore, che il centrodestra intende gettarsi alle spalle, sostituendola con il Melonellum (o Stabilicum).Ed è sempre la Lega la forza politica che ha impedito l’introduzione del doppio turno, in occasione del passaggio nella commissione Affari Costituzionali del Senato, prima dell’approdo in aula, temendo un vantaggio per Roberto Vannacci, sebbene l’idea di chiamare nuovamente gli elettori alle urne, qualora nessuna coalizione conquisti il premio di maggioranza, sia nata proprio dal tentativo di arginare Futuro Nazionale, inglobando il suo elettorato all’insegna del voto utile, davanti alla scelta definitiva fra centrodestra e centrosinistra. La formula – la cui elaborazione appartiene allo storico ed ex ministro Gaetano Quagliariello e al costituzionalista Stefano Ceccanti – è stata recepita, appena Palazzo Madama ha riaperto i battenti dopo la pausa d’agosto, dall’ex presidente del Senato Marcello Pera in un emendamento specifico: la soglia per ottenere il premio di maggioranza sale dal 42 al 48 %, e se non viene raggiunta si va al ballottaggio fra le prime due coalizioni a condizione che abbiano superato il 38% e senza apparentamenti con altre liste. La proposta, inoltre, prevede che il premio di maggioranza sia assegnato al primo turno alla coalizione che abbia superato la soglia del 42% in tutte e due i rami del Parlamento. Ma, al momento della riunione della Commissione, questa è rimasta una proposta personale di Pera, avendo la maggioranza deciso, in quella fase, di soprassedere, per le resistenze opposte della Lega, che teme l’effetto opposto: la parte più “sovranista” dell’elettorato, davanti all’eventualità di una scelta definitiva sulle coalizioni affidata al secondo turno di votazione, può sentirsi libera di votare Futuro Nazionale al primo turno, ma con la conseguenza di danneggiare soprattutto il partito di Salvini. La proposta del doppio turno, portata avanti da Fratelli d’Italia, non ha trovato una sponda nelle opposizioni, nonostante appartenga storicamente al centrosinistra, a partire dalla Bicamerale di Massimo D’Alema, ma – ha obiettato il capogruppo del Pd al Senato, Francesco Boccia a chi lo ha ricordato polemicamente – solo in presenza di una revisione costituzionale del bicameralismo. Del resto, il ballottaggio, se può offrire al centrodestra una seconda chance dopo che nessuno abbia conquistato il premio di maggioranza, raccogliendo alla fine anche i voti degli elettori “vannacciani”, sarebbe invece di scarsa utilità per il centrosinistra che – nella versione più estesa del campo largo – non avrebbe, fuori dai propri confini elettorali, altre forze politiche consistenti dalle quali attrarre nuovi consensi. Nessuna certezza che un aiuto possa venire da Azione, che pure non esclude un “fronte di unità nazionale” contro il pericolo Vannacci, se il centrodestra si alleasse con il Generale. Ma, per quello che conta ora - in un percorso parlamentare della nuova legge elettorale che prevede di sciogliere tutti i nodi politici in Senato prima del ritorno alla Camera – in assenza del ballottaggio, per una coalizione di governo che ha disegnato il nuovo sistema di voto con l’obiettivo di vincere le elezioni, l’unico strumento elettorale è il premio di maggioranza. Vince chi riesce ad aggiudicarselo. Altrimenti, se non scatta per nessuno, si piomba nella palude proporzionalista, con il futuro governo destinato a nascere in Parlamento attraverso alleanze post-elettorali.Quando Giorgia Meloni dice – ed è la frase che ha accompagnato a Bari la celebrazione del primato di longevità del suo governo – che «chiunque vince avrà i numeri per governare», senza il rischio di ribaltoni, fa riferimento proprio alle conseguenze politiche del premio. Non a caso, da Fratelli d’Italia è arrivata l’idea di abbassare la soglia dal 42 al 41 per cento, per ottenere più facilmente i seggi aggiuntivi (70 alla Camera, 35 al Senato). Il testo all’esame del Parlamento non è certo la riproposizione del vecchio Porcellum del 2005, poi demolito dalla Corte Costituzionale, con la sentenza del 2014 che cancellò il premio di maggioranza assegnato senza che fosse prevista una soglia da superare (era semplicemente appannaggio della lista o coalizione che otteneva il maggior numero di voti). Dalla Consulta, furono anche rase al suolo le liste “lunghe”, aprendo conseguentemente la porta alle preferenze, non previste dalla legge ed introdotte solo ora. Il Porcellum, però, non consentì al centrodestra di Silvio Berlusconi di vincere le elezioni politiche del 2006, per le quali era stato varato. Fu la prima applicazione del premio di maggioranza, dopo l’esperienza già fallimentare del 1953 (“legge truffa”). Il Cavaliere, invece, prevalse nelle elezioni successive (2008), quando la “vocazione maggioritaria” del Pd di Walter Veltroni passò attraverso la disintegrazione dell’Unione di Prodi, restringendo la coalizione di centrosinistra, rispetto agli avversari, uniti – tranne Pier Ferdinando Casini – nelle lista del Pdl. Davanti al premio previsto dal Melonellum ci sarà uno schieramento progressista molto largo, che i sondaggi fotografano in vantaggio di un paio di punti. Per la maggioranza che perde consensi a destra, le possibilità, in via teorica, sono due: allearsi subito con Vannacci (previsto al 7-8 % di voti) oppure puntare sul dopo elezioni, se neppure il centrosinistra riuscisse a superare la soglia per accedere al premio. Vorrebbe dire, in questo secondo scenario, negoziare, nella nuova legislatura, un’alleanza di governo con il Generale, altrimenti aprire a Calenda: Insomma, la politica dei “due forni” di andreottiana memoria.