Ultima giornata, ultimo film italiano in Concorso. Dignitoso capitolo 2 di “Garage Olimpo”. Poi si chiude con l’Iran che annienta la voglia di vivere, oltre che a toglierla. E Fuori Concorso una specie di thriller Netflix, che poteva anche restare a casa.
“Ritorno a Buenos Aires” è un’ideale continuazione di “Garage Olimpo” che Marco Bechis portò a Cannes nel 1999, raccontando le bestiali atrocità della dittatura argentina e l’eliminazione di moltissimi antagonisti del regime, soprattutto giovani. Ora il regista italiano, che è nato a Santiago da madre cilena e ha vissuto a lungo a Buenos Aires, torna nei luoghi della mattanza, in quella prigione disumana con Mariano Guerra (Adriano Giannini in uno dei suoi personaggi più convincenti), richiamato da Torino per un processo orale che inchiodi gli aguzzini, nel frattempo arrestati. Mariano ha però un problema: rispetto a tanti ragazzi uccisi sotto tortura o, peggio, buttati vivi in mare da un aereo in volo, lui si è salvato. E i giudici si chiedono perché. Bechis rielabora stavolta la tragedia in chiave più intimistica, facendo perno sul complesso di colpa, che Mariano coltiva da allora, ben sapendo di aver ceduto non solo come delatore, facendo arrestare alcuni suoi compagni, ma anche nell’offrirsi come corpo da violare sessualmente, data la sua bellezza quasi efebica, specialmente con il fantomatico dottor K, che per questo ogni volta lo salvò dall’elenco dei “viaggiatori” sull’aereo. Bechis firma un solido racconto di espiazione personale, che culmina nella deposizione di Mariano al processo e ritorna impietoso dentro quello spazio, adesso vuoto, che reclama una memoria impossibile da cancellare. Meno potente e devastante del precedente “Garage Olimpo”, il film trova in una regia essenziale la forza di raccontare ancora il Male, nonostante qualche flashback di troppo e qualche effetto didascalico, come il post-finale in libreria. Ma tra i film italiani è senz’altro meritevole di attenzione. Voto: 7.











