Ci vuole pietà e perdono anche per i collaborazionisti. Marco Bechis torna al Festival di Venezia diciotto anni dopo Birdwatchers. Disegnando, con Ritorno a Buenos Aires, una parabola conclusiva rispetto a quel Garage Olimpo che nel 1999 dopo la prima al Certain Regard di Cannes creò scalpore e indignazione sugli schermi italiani.
Là l’esposizione “normale” di metodi e quotidianità dei torturatori assassini nell’Argentina del regime Videla nel 1977; qua la sollecitata sofferta e liberatoria redenzione del prigioniero dell’epoca Mariano Guerra (Adriano Giannini) che sopravvisse “due anni e 46 giorni” proprio nel famigerato “Garage Olimpo” di Buenos Aires, una delle tante prigioni con camera di tortura e avviamento alla morte per migliaia di giovani oppositori del regime (per chi non lo sapesse, i cosiddetti “desaparecidos”). Mariano nel 2008 vive in una nebbiosa Torino. Medico del 118, proprietario di un dolce labrador color miele, probabilmente separato (ha una figlia già adulta), è assillato delle telefonate del tribunale di Buenos Aires alle quali sistematicamente non risponde: la sua testimonianza al processo contro i torturatori del regime sarebbe gradita.
Solo che, essendo un sopravvissuto, Mariano deve aver in qualche modo ottenuto la possibilità di non essere ucciso entrando nelle grazie degli aguzzini. L’uomo scioglie la riserva, parte per l’Argentina e si ritrova in un clima simbolicamente surreale, con le stanze disposte come celle con oltretutto il bagno in comune che gli riserva il tribunale. Nelle ore che precedono il processo, dove gli viene spiegato “potrebbe diventare da testimone a imputato”, Mariano incontrerà la figlia di una sua compagna di lotta desaparecida che vuole la verità su sua madre e il famigerato dottor K, omino obeso, squallido e viscido, nascosto tra il pubblico del tribunale, che fin dalle stanze di prigionia nel 1977 aveva instaurato un rapporto sadico con il giovane protagonista.











