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Laura Cuppini

In occasione della Giornata mondiale, Cittadinanzattiva ha realizzato un position paper in cui chiede protocolli uniformi e continuità assistenziale

La sepsi colpisce in Italia circa 250mila persone all'anno, con un numero di decessi compreso tra 50mila e 70mila (dati Ministero della Salute e Siaarti). Non solo: metà dei sopravvissuti sviluppa la cosiddetta sindrome post-sepsi, con deficit cognitivi, disturbi della salute mentale e debolezza, e un terzo dei pazienti anziani sopravvissuti muore entro un anno a causa delle fragilità residue. In Europa la sepsi colpisce circa 377 persone ogni 100mila abitanti all'anno (3,4 milioni): un'incidenza superiore a quella di infarto del miocardio e ictus cerebrale. Eppure, tante persone non sanno che cosa sia e mancano percorsi uniformi nelle strutture sanitarie. A livello globale, nel 2021 la sepsi ha causato 166 milioni di casi e circa 21,4 milioni di decessi - il 31,5% della mortalità mondiale totale - secondo le stime del gruppo GBD 2021 Global Sepsis Collaborators pubblicate su Lancet Global Health.

Si sviluppa come complicanza di un'infezione, una risposta infiammatoria eccessiva che danneggia tessuti e organi compromettendone il funzionamento. Senza una cura immediata si rischia la morte. Le infezioni di origine batterica sono la causa più frequente di sepsi. I microrganismi che hanno causato l'infezione entrano nel circolo sanguigno, diffondendosi in tutto il corpo e provocando un'infezione sistemica. Poi si scatena la fortissima risposta infiammatoria, che è la vera causa dei danni o della morte. La sepsi può colpire chiunque, ma è più frequente in neonati, bambini, anziani, persone con malattie croniche o altre condizioni che indeboliscono il sistema immunitario.