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Soldi ne sono arrivati, eccome. Sui miliardi del Superbonus ci sono stime diverse: l'ultima resa nota circa un mese fa, dell'Enea, parla di 132 miliardi di detrazioni fiscali. Sui miliardi del Pnrr, invece, abbiamo la certezza delle nove rate incassate dallo Stato italiano fino al giugno, per un totale di 166 miliardi. Una doppia valanga. Non si erano mai visti 300 miliardi piovere in cinque anni sull'economia italiana.Per vent'anni dall'inizio del secolo, nonostante lo sforzo propagandistico prodotto da vari governi sui cantieri che presto apriranno da Bolzano a Ragusa, la spesa pubblica in conto capitale si mantiene su livelli ben inferiori non solo alle promesse elettorali, ma anche alle necessità del Paese. E per giunta in costante diminuzione. Nel 2000 gli stanziamenti di competenza per investimenti pubblici ammontano all'equivalente in lire di 47 miliardi e 44 milioni di euro. Appena 2,7 miliardi in meno rispetto alla somma messa in bilancio nel 2019 (esattamente 49 miliardi e 703 milioni, secondo il ministero dell'Economia): cifra che, considerando l'inflazione, rappresenta un impegno finanziario inferiore in termini reali di ben il 21,3% nei confronti di una ventina d'anni prima. Che è tutto dire sull'Italia dei cantieri dalle Alpi alle Madonie.La svolta, dicono i dati della Ragioneria, avviene dopo il Covid. Nel 2021 la spesa pubblica in conto capitale balza a ben 111,8 miliardi. Per salire a 147,7 nel 2022 e a 157,7 l'anno seguente. Iniziando un rallentamento nel 2024 mantenendosi tuttavia lo scorso anno pur sempre al di sopra dei 140 miliardi. Nel 2026 gli stanziamenti pubblici per investimenti scendono a 123,8 miliardi, che è comunque almeno il doppio di quanto lo Stato spendeva annualmente fino alla pandemia. E anche la somma impegnata per il 2027, che supera 116 miliardi prevedibilmente in larga misura ancora per effetti contabili, appare assolutamente ragguardevole.Ma dopo? La risposta è in qualche modo scontata: e la vicenda Webuild, ben raccontata da questo giornale, ne anticipa i contorni. Dopo succede, finiti i soldi, che la situazione rischia di farsi più difficile, specialmente per le costruzioni e l'impiantistica. Vale a dire il maggiore beneficiario dell'enorme flusso di denaro pubblico riversato negli investimenti dal Covid a oggi.Se è ancora presto per tracciare un bilancio compiuto del Piano nazionale di ripresa e resilienza formalmente chiuso il 30 giugno, a qualche conclusione si può già arrivare. La prima riguarda i due grandi capitoli per i quali era stata annunciata una profonda rivoluzione: l'energia e i trasporti. I dati dicono che la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, uno degli obiettivi primari del piano europeo «Next generation Eu», ha subito una accelerazione. Ma non così forte da farci ancora raggiungere gli obiettivi previsti. Soprattutto, ed è un fatto assai grave, non se ne scorgono affatto i benefici. Dopo cinque anni di investimenti con il Pnrr le imprese italiane continuano a subire l'energia più cara d'Europa e i consumatori a vedersi recapitare le bollette elettriche più salate. Continuando a pagare l'energia del sole o del vento esattamente come quella prodotta con il gas. Curioso, no?Quanto a trasporti, la somma ben più rilevante del Pnrr prevista per le opere pubbliche è stata destinata alle ferrovie. Siamo certi che un giorno apprezzeremo l'esito di investimenti tanto sostanziosi (circa 25 miliardi!). Ma intanto gli utenti sperimentano crescenti disagi. In contraddizione con le dichiarazioni del ministro del Trasporti Matteo Salvini, secondo cui la puntualità dei treni negli ultimi due anni è aumentata, il dossier «Altravelocità» presentato mercoledì 9 sostiene che fra gennaio e settembre 2026 quasi due terzi dei treni veloci sono arrivati in ritardo.







