TORINO. Calano i clienti e aumentano le spese. Così i bar d’Italia chiudono, o meglio si trasformano. Sono ancora uno dei simboli dell’Italia, loro malgrado vittime di una socialità che con il tempo è cambiata, stravolta dall’innovazione digitale e dall’esplosione dei social. Il bar era la seconda casa del paese, il luogo preferito dove leggere i giornali, ascoltare musica, giocare a carte o a biliardo - prima dell’avvento delle slot -, guardare la televisione. Oggi quell’Italia non c’è più. Da un pezzo le serie tv si guardano in casa propria, le chiacchiere si fanno tra Facebook e Instagram, e soprattutto gli incassi da caffè, brioche e aperitivi spesso non bastano a coprire i costi d’impresa. Può essere questa la sintesi del rapporto presentato da Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. Un’indagine sulla demografia d’impresa negli ultimi dieci anni, dal 2015 al 2025, che fotografa successi e difficoltà. Il numero che colpisce di più: in tutta Italia sono 22.300 i bar scomparsi. Con una precisazione importante: non si tratta di vere e proprie chiusure di attività, piuttosto di una lenta e inevitabile trasformazione che segue le nuove esigenze dei clienti. Tradotto: al loro posto sono arrivati ristoranti e take away, con effetti non sempre positivi. Ecco perché il calo complessivo, che tiene conto di tutti i pubblici esercizi, gelaterie comprese, si riduce a meno di diecimila unità. Così il settore si conferma un indispensabile presidio di prossimità su tutto il territorio nazionale, con appena 162 Comuni - su 7.900 - sprovvisti di qualsiasi attività.
Costi alle stelle e il tramonto di un rito, in dieci anni sono spariti oltre 20 mila bar
Fipe-Confcommercio fotografa i cambiamenti dell’Italia: ristoranti e take away prendono il posto dei caffè






