di

Virginia Piccolillo

Il Pd invoca l'intervento della Corte Costituzionale

«Emma Bonino sarebbe fuori dal Parlamento», attacca la Cinquestelle Castellone. «Si è consentito di entrare in Parlamento anche a chi aveva 50 like su Facebook», rinfaccia la forzista Craxi. In aula l’ultima battaglia sulla legge elettorale voluta da Giorgia Meloni è finita così. La maggioranza ha incassato l’ok, con 87 sì, alla norma anti-cespugli rimodulata rispetto alla Camera: tornano a contare ai fini del premio di maggioranza anche i voti delle formazioni sotto il 3%, ma si innalza il numero di firme richieste per presentarsi agli elettori. Saranno 6mila per ogni collegio quelle necessarie a chi non ha rappresentanza parlamentare (invece delle attuali 1500-2000, tuttora richieste a chi è presente in una delle due Camere come Futuro Nazionale di Roberto Vannacci e +Eu). Meno delle 9-10mila dell’emendamento di giovedì scorso, modificato ieri da FdI dopo le proteste. Fuori dall’aula la premier rivendica con orgoglio: «Gli italiani scelgono, ne sono fiera. Il centrosinistra è poco credibile a dire che non è abbastanza. Le preferenze mancano per il Parlamento da oltre 30 anni. E un mese fa la sinistra festeggiava con lo champagne per aver affossato l’emendamento che le reintroduceva». Duro il leader del M5S Giuseppe Conte: «Chiedo al presidente Mattarella di bloccare questa norma liberticida che è una vergogna». Immediata la replica di Maurizio Lupi (NM): «Non lo trascini in polemiche». E la segretaria del Pd Elly Schlein avverte: «Faremo muro». Lunedì ultimi emendamenti e martedì il voto finale, poi il ritorno alla Camera per l’approvazione delle parti modificate e il 28 il voto definitivo di Montecitorio. «E poi alla Corte Costituzionale», assicura il dem Dario Parrini che parla di «porcheria sudamericana». E calcola che le 300mila firme richieste sono l’1% del totale dei voti validi delle ultime elezioni: «Si indigna persino un moderato come Pierferdinando Casini», fa notare.