Quel giorno non aveva nevicato. Eppure le macerie, ancora incandescenti, erano ricoperte da una sottile coltre argentea. Le due torri erano appena venute giù. Poco prima c’erano stati gli schianti, sordi e inimmaginabili, degli aeroplani. E le fiamme che, dall’interno, avevano preso a lambire gli scheletri di cemento dei due giganti gemelli. E poi quei corpi. I corpi che si lanciavano nel vuoto, in braccio alla morte. Meglio saltare che ardere vivi.Chi aveva potuto si era salvato, lasciando indietro chi invece non era riuscito a scappare. Erano corsi via, non sapendo nemmeno da cosa. E sui loro volti imbiancati s’era formata la stessa patina vischiosa che si era depositata su strade e palazzi.Da lontano sembrava quasi neve.Ma non era neve. Era cenere. La cenere di una civiltà sotto attacco. Erano morti a migliaia, quel giorno. E altri ne sarebbero morti negli anni a venire, in America come in Europa, per mano dei combattenti di Allah.Prima sotto il vessillo di al Qaeda, poi sotto le bandiere nere dell’Isis.Eppure, nonostante tutti gli innocenti mandati sotto terra, sembra che l’Occidente non abbia ancora aperto i propri occhi.Oggi, infatti, quella cenere è stata lavata via. Al posto delle due torri c’è un memoriale. Ground Zero. Lo vanno a visitare i turisti. E oggi anno le istituzioni si fermano a fare memoria. «Never forget», la promessa. Ma se si potessero interrogare tutti i 2977 morti, verrebbe da chiedere loro se mai si sarebbero aspettati che una città, che aveva appunto promesso di non dimenticare, avrebbe tanto velocemente scordato l’orrore dell’11 settembre 2001. Certo, in mezzo ci sono state inondazioni di ideologia woke di una ferocia tale da annebbiare la mente anche ai più attenti ma arrivare a un tal livello di autolesionismo nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Ovviamente non è successo tutto di colpo. Ma è successo. È successo che nelle scuole e nelle università sia diventato più politicamente corretto parlare di islamofobia e razzismo contro i musulmani che di odio islamista. E pure che «Lettera all’America» di Osama bin Laden circolasse nelle classi come un qualunque manifesto politico. E poi è capitato di vedere la governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul, femminista e liberal a parole, che alla prova dei fatti ha trovato più consono sottomettersi a una platea di musulmani indossando l’hijab anziché rivendicare la propria libertà. Ma soprattutto, a venticinque anni da quella tragedia, New York, che ancora non è riuscita a identificare con nome e cognome tutte le vittime della jihad islamica, abbia affidato la poltrona di sindaco a un musulmano per cui i morti dell’11 settembre vanno pianti tanto quanto i morti delle guerre che sono seguite. E a votarlo non è stato solo la comunità musulmana che negli ultimi venticinque anni è quasi raddoppiata passando da circa 600mila fedeli a un milione.Zohran Mamdani è entrato in carica il primo gennaio 2026. A ben guardare Londra aveva replicato lo stesso schema dieci anni prima eleggendo Sadiq Khan. Anche lui primo sindaco musulmano in una grande città dell’Occidente straziata da un attacco islamista. E così, oggi che ricorre il venticinquesimo anniversario dell’11 settembre, potrebbe essere il giorno giusto per chiederci chi abbia vinto quella guerra. Una guerra che non abbiamo iniziato noi ma che ci è stata portata sin dentro casa. Il dubbio è di averla persa.E non perché loro si sono dimostrati più forti ma perché noi, ad un certo punto, non solo abbiamo smesso di difenderci ma abbiamo addirittura spalancato le nostre porte al nemico. Lo abbiamo fatto durante la guerra in Siria e ci siamo ritrovati i tagliagole che falciavano i nostri cari lungo le strade. E lo continuiamo a fare ora, in nome del buonismo e del multiculturalismo.