Pubblicato il: 11/09/2026 – 12:09
di Giorgio Curcio
LAMEZIA TERME Denise era lì, a pochi metri dall’aula, eppure per tutti doveva restare invisibile. Nascosta in un corridoio per ragioni di sicurezza, ascoltava la voce di Carmine Venturino attraversare la porta e ricostruire davanti ai giudici la condanna a morte di sua madre, Lea Garofalo. Era l’aprile del 2013 e Denise aveva poco più di vent’anni. Da quella posizione protetta, lontana dagli sguardi ma non dalle parole, sentiva raccontare il tradimento, la vendetta, il codice criminale che aveva segnato la vita della sua famiglia. E soprattutto sentiva spiegare perché Lea, per la ’ndrangheta, doveva morire. Da parte civile contro suo padre e gli altri imputati, Denise assisteva così al processo senza poter comparire, costretta ancora una volta a vivere nell’ombra di una storia dalla quale lei e sua madre avevano tentato disperatamente di uscire. E oggi, dopo la morte di Denise a 35 anni, quella scena torna alla memoria con una nuova forza, restituendo la misura di ciò che quella ragazza aveva attraversato negli anni. A cominciare dalla scomparsa della madre, poi la scoperta del suo assassinio, infine un processo nel quale apprese che anche lei, secondo il racconto di un collaboratore di giustizia, avrebbe rischiato di diventare un bersaglio.










