Professore, lei ha sottolineato che fermare l’area a caldo di Taranto esporrebbe l’Italia a forti vulnerabilità geopolitiche. Quali settori industriali chiave rischierebbero il blocco e da quali mercati esteri diventeremmo pericolosamente dipendenti per l’approvvigionamento di acciaio?
Un tempo le avrei detto senza esitazione “innanzitutto il settore automobilistico”, cosa, che nell’attuale fase storica non è più menzionabile, date le difficolta in cui si dibatte non tanto l’industria automobilistica nazionale (oramai pressoché inesistente) ma l’intero settore a livello Europeo. Eppure di acciaio c’è molto bisogno. Penso innanzitutto al settore delle grandi realizzazioni infrastrutturali, in particolare nel campo dei trasporti. Come noto. La rete ferroviaria, quella autostradale necessitano non solo di ampliamenti, ma anche di manutenzione e ammodernamenti, per cui l’acciaio risulta elemento imprescindibile – senza andare a toccare la controversa questione del Ponte sullo Stretto.
In secondo luogo siamo, purtroppo, in una fase storica in cui a livello globale le medie e grandi potenze vanno intraprendendo politiche di riarmo via via sempre più aggressive. L’industria globale degli armamenti è in fermento, compresa quella europea. La disponibilità di acciaio cessa, in questa prospettiva, di essere un qualcosa che si può lasciare tranquillamente dipendere dalla mano invisibile dei mercati. Le mani sono invece molto visibili, e sono quelle in grado di distorcere i mercati in funzione strategico-politica. Acquistare l’acciaio per produrre armamenti facendo leva esclusivamente sul mercato internazionale è una mossa azzardata, magari non nel breve periodo, ma sicuramente nel medio-lungo termine. Né, beninteso, vanno dimenticati gli stabilimenti di seconde lavorazioni a freddo che oggi producono derivati dall’acciaio prodotto a Taranto. Tra tutti, uno, non irrilevante per l’Italia, ovvero la cantieristica navale.









