di

Federico Fubini

A febbraio le raffinerie della Repubblica popolare importavano oltre 12 milioni di barili al giorno, ma a giugno gli acquisti erano crollati a sette milioni al giorno. Ora stanno risalendo

Per mesi la Cina è stata la banca centrale del petrolio nel mondo: l’entità che silenziosamente garantiva la relativa stabilità del mercato della più importante materia prima, mentre la chiusura dello Stretto di Hormuz si protraeva. Non più. Pechino, sempre senza lasciarsi una sola parola di commento, ora torna a giocare per sé. E ciò basta a spingere ancora più in alto le ondate di stress in tutti i mercati fra loro collegati come vasi comunicanti: non solo il greggio con il Brent ieri oltre 107 dollari al barile per la prima volta da maggio, anche il gas naturale in Europa ormai a 82 euro a megawattora (ai massimi da quasi quattro anni), ma soprattutto i titoli di Stato i cui rendimenti per le prime economie del mondo sono ai massimi da decenni.

La domanda La Cina era stata il grande calmiere del greggio e dunque la garante dell’economia mondiale per i primi sei mesi della guerra del Golfo. Lo aveva fatto riducendo la propria domanda di petrolio, probabilmente ricorrendo alle proprie immense scorte: a febbraio le raffinerie della Repubblica popolare importavano oltre 12 milioni di barili al giorno, ma a giugno gli acquisti erano crollati a sette milioni al giorno. È plausibile che da Pechino fosse arrivato l’ordine di intaccare le riserve strategiche per mantenere i prezzi mondiali quanto possibile sotto controllo. Un’esplosione delle quotazioni avrebbe infatti impresso una frenata a tutte le economie dalle quali la Cina dipende per il proprio export, dall’Europa all’America Latina. Di certo il calo di acquisti di greggio della Repubblica popolare è equivalso a un taglio della domanda mondiale di circa il 5%, sufficiente a dare un contributo decisivo a far sì che i prezzi non esplodessero malgrado la chiusura dello Stretto.