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Dopo l’inizio della guerra tra Iran e Stati Uniti il prezzo del petrolio è aumentato, ma non ha mai raggiunto i livelli temuti e previsti da molti analisti. Le ragioni per cui non è successo sono molte, ma c’è un fattore che ha influito più di altri: la Cina ha ridotto decisamente e bruscamente le importazioni di petrolio. Come ci sia riuscita e per quanto ancora la situazione resterà così è quella che Michal Meidan, responsabile della ricerca sull’energia in Cina presso l’Oxford Institute for Energy Studies, ha definito «la domanda da un milione di dollari». Ma qualche risposta esiste.
Il prezzo del petrolio è aumentato a causa della chiusura dello stretto di Hormuz, da cui ogni anno passava circa un quinto di tutto il petrolio venduto al mondo e che ha bloccato circa 13 milioni di barili al giorno. Il Brent, uno dei principali indici del petrolio, costava 71,9 dollari al barile il 27 febbraio, un giorno prima che Stati Uniti e Israele attaccassero l’Iran. È passato in pochi giorni a costare più di 100 dollari al barile senza però mai andare oltre i 120, nonostante diversi economisti si aspettassero un aumento fino a 150 o 200 dollari al barile.
Il prezzo non è aumentato più di tanto per diversi motivi: gli Stati Uniti hanno aumentato la loro produzione di petrolio fino a livelli record; parte del petrolio del Golfo è stata trasportata verso ovest tramite l’oleodotto che arriva a Yanbu, in Arabia Saudita, permettendo l’esportazione dal Mar Rosso ed evitando totalmente Hormuz; gli stati hanno poi fatto ampio uso delle proprie riserve di petrolio.







