Da Guantanamo a Bolzaneto, dal Patriot Act ai Decreti Sicurezza: l’11 settembre non è stato solo il giorno di una serie di attentati. È stato il giorno in cui abbiamo iniziato a usare il diritto per colpire i nemici e per garantire impunità a chi abusa del potere e della forza.

C'è un'aula di tribunale, a Guantánamo, in cui da più di quindici anni si celebra un processo che non è mai cominciato. L'imputato principale si chiama Khalid Sheikh Mohammed, ha sessantun anni, è stato catturato in Pakistan nel marzo del 2003, e da allora — prima nei siti segreti della CIA in Afghanistan e in Polonia, dove secondo i memorandum del Dipartimento di Giustizia declassificati nel 2009, e poi secondo il rapporto del Senato, il waterboard gli è stato applicato centottantatré volte in un solo mese, cifra che l'agenzia ha sempre sostenuto contasse le singole colate d'acqua e non le sedute, quasi che la differenza cambiasse qualcosa; poi nella prigione militare cubana — attende che gli Stati Uniti decidano come giudicare l'uomo che accusano di aver ideato l'attentato più raccontato della Storia. Nel 2024, dopo due anni di trattative, i procuratori militari avevano firmato un patteggiamento: colpevolezza piena in cambio dell'ergastolo, con una clausola che obbligava l'imputato a non rivelare mai, per il resto della vita, i dettagli delle torture subite. Il segretario alla Difesa ha revocato l'accordo, due tribunali militari gli hanno dato torto, una corte d'appello federale gli ha dato ragione, e nell'estate del 2025 il patteggiamento è stato definitivamente annullato: nel venticinquesimo anniversario degli attentati il processo dell'11 settembre è ancora all'udienza preliminare, e i familiari delle vittime, invecchiati nell'attesa, dichiarano ai giornali che un dibattimento ormai non lo credono più possibile. Quel processo non può essere celebrato perché celebrarlo significherebbe portare in aula, accanto all'imputato, il metodo con cui l'imputato è stato costruito, e nessuna procura militare ha il mandato per farlo.