In Italia abbiamo avuto Luciano Bianciardi, autore ribelle e anarchico (basti pensare a “La vita agra”, il suo libro giustamente più celebre): una volta si fece fotografare con una benda sull’occhio e da allora venne più o meno scherzosamente definito lo scrittore pirata, accanto magari a Pasolini, che faceva il corsaro sì, ma se la passava davvero molto meglio. Ora in Francia arriva però, per la rentrée letteraria, una provocazione molto più decisa e a suo modo più intransigente. Se ne sta infatti parlando molto. È quella di François Belley, non certo uno sconosciuto, prolifico autore di romanzi distopici e saggi come il “Traité des idées” (per far valere il proprio pensiero nel frastuono digitale), che da tempo denuncia il fenomeno della “infobesità”, sostanzialmente l’iperproduzione di testi.

Ora, nel nuovo libro, prende di petto un’era, dice, in cui lo scrittore non viene più valutato per la qualità della sua scrittura o del suo pensiero, ma per la sua capacità di fare “personal branding”, occupare i social media, fare storie su Instagram o apparire in televisione. L'approccio pirata rivendica così il diritto di sottrarsi a questa dittatura dell'apparire per rimettere al centro l'immaginario e la parola pensata. Ma è il suo un libro molto particolare: una sola copia cartacea (consegnata alla redazione del sito Actualitté) e un pdf a disposizione di tutti, scaricabile liberamene dalla rete. Titolo: “Manifeste de l’écrivain pirate”. Niente copyright, dunque: la proprietà intellettuale è secondaria rispetto alla libera circolazione e al «contagio» delle idee. Belley ridefinisce il ruolo e lo spazio dello scrittore in un'epoca di automazione generalizzata, dove i testi possono essere generati in serie; difende la scrittura come un gesto umano anarchico, imprevedibile e non standardizzabile, perché «l'orrore, per uno scrittore, non è essere ignorato dagli editori, sconosciuto ai lettori, incompreso o persino mandato al macero: è essere rinchiuso a vita in una scatola, gettato in un genere, dato per morto in un registro, in uno stile o in un tono». Il concetto di pirateria implica per lui la libertà di servirsi senza problemi di tutto ciò che lo circonda, ma non dovrebbe essere un semplice furto di contenuti, se mai un sabotaggio intellettuale delle logiche mercantili dell'editoria. Sono argomenti che abbiamo visto affrontare molto spesso e non solo sui social, magari con toni indignati o lacrimosi, altre volte col ditino alzato, e non sono privi di una loro logica e di una certa verità. Quel che fa la differenza è la strategia scelta per il libro, e quella sì che è nuova: rifiuta tutte le convenzioni, fa un lancio diciamo così al contrario, ma sfrutta fino in fondo proprio quel mondo e quelle logiche che dice di voler sabotare, soprattutto la creazione del famigerato “personal branding”. Che sia destinato a rivelarsi un capolavoro di marketing, o solo un episodio fra tanti, pronto a essere dimenticato nel giro di un mese? Noi non possiamo che formulare i nostri migliori auguri. E magari rileggerci Bianciardi.