«Mentre l’Europa si sgretola, mi sento come il Principe di Salina del Gattopardo». Firmato Arturo Pérez-Reverte, il 74enne bestsellerista internazionale ed ex reporter di guerra che torna in libreria con Il problema finale (Settecolori, «M pp.352 €23 tr. Bruno Arpaia). Ambientato negli anni ’60, una tempesta blocca sull’isoletta greca di Utakos nove persone di nazionalità diverse e, quando viene ritrovato il primo cadavere, l’indagine viene provvisoriamente affidata a Hopalong Basil, un attore sul viale del tramonto che ha interpretato Sherlock Holmes per tutta la vita. Il risultato è un delizioso e colto omaggio al giallo classico, un libro pieno di rimandi ai grandi autori, da Agatha Christie a Conan Doyle. In questa intervista Pérez-Reverte si racconta con lo sguardo acuto del narratore (ricordiamo Capitano Alatriste, La tavola fiamminga, Il club Dumas) ribadendo la necessità di difendere la libertà creativa dalla censura e osservando con eleganza, il tramonto del mondo che tutti noi conosciamo.
Quanto si è divertito scrivendo questo libro?
«Parecchio, mi sono preso un bel rischio scrivendo un omaggio alle atmosfere di Sherlock Holmes ma non intendo rinunciare al divertimento. La vera sfida era voler costruire un giallo classico a enigmi, una partita a scacchi in un momento in cui abbondano sia gialli elementari sia quelli molto truculenti, con tanto sangue ma poca materia cerebrale».






