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Barbara Stefanelli

Esiste una paura che non paralizza, che al contrario orienta, che ti scuote e ti spinge ad agire. Verso la cura: degli altri, della comunità, del Pianeta, del presente ancora prima dei possibili futuri prossimi possibili. Ecco il tema della XIII edizione del Tempo delle Donne

La paura viene da un colpo, un colpo che vediamo arrivare, che ci sentiamo già addosso: la radice indoeuropea (pau) conserva il senso antico di percuotere. Ed ecco che infatti il cuore batte e ribatte, in accelerazione, «all’impazzata» diciamo, fino a farti male, fino a toglierti quasi il respiro e il pensiero. Ma è quello stesso cuore battente che racchiude il coraggio, sin dalla radice latina (cor). Il coraggio si rivela – e possiamo darcelo da soli, sì, il pavido Don Abbondio mentiva – con la paura, nella paura. Non la esclude, non la nega: la attraversa. Almeno ci prova e in quel provarci già ti sposta dall’inazione, dalla resa. Dalla viltà. Perché abbiamo pieno diritto ad avere paura, ma concederci di essere (e restarcene) vili in risposta ai colpi che arrivano può farci soltanto male. Qui l’etimologia indica qual è il pericolo: viltà viene dal latino vilis, di poco prezzo, una parola che definiva le merci di «minor valore» al mercato. In origine, dunque, essere vili significava svalutarsi, svendersi, accettare un prezzo troppo basso, buttarsi via.