Nature Biomedical Engineering ha dedicato il numero di agosto a uno sguardo critico sull’Intelligenza artificiale in medicina.

Non un pamphlet luddista, ma dodici articoli di ricerca che convergono su un punto scomodo: gli strumenti di AI proliferano, le prove che migliorino davvero la vita dei pazienti restano scarse.

Il dato più istruttivo non riguarda le prestazioni.

I modelli fondazionali, scrivono Jia Wu e colleghi, «eccellono nel riconoscimento di pattern, ma arrancano nel ragionamento causale e nella robustezza».

Tradotto: un algoritmo può individuare un’ombra su una Tac del torace con precisione superiore a quella di un radiologo esperto, eppure non sa perché quell’ombra è lì.