Nel quadro controverso e spesso preoccupante dei racconti sulle conseguenze dell’intelligenza artificiale, emerge una regolarità: quando qualcuno vuole equilibrare i timori suscitati dall’automazione cognitiva con un esempio positivo e rassicurante cita quasi sempre la medicina. Perché l’intelligenza artificiale accorcia i tempi di progettazione di nuovi farmaci e migliora le prestazioni della diagnostica, perché la telemedicina con i gemelli digitali consente di distribuire meglio il servizio sanitario nel territorio, oppure perché la robotica può favorire l’accesso alle prestazioni della chirurgia più avanzata anche nei territori meno sviluppati. Ma tutto questo avviene in un periodo storico nel quale le previsioni sul sistema sanitario, specialmente in Europa e in Italia, appaiono piuttosto critiche, per motivi legati alla crisi del welfare, alla demografia e soprattutto all’organizzazione del lavoro del personale sanitario.

Il nodo della carenza di personale

Francesca Lettieri, Martina Gnudi e Giovanni Armillotta, ricercatori di Randstad Research hanno realizzato una ricerca sulle prospettive del sistema sanitario e pubblicato con Ecosistema Futuro un’analisi sintetica dedicata agli scenari che dovrebbero essere presi in considerazione per innovare questo servizio essenziale per la convivenza civile. Al centro del problema è l’insufficiente disponibilità di personale sanitario. Secondo le stime del Crea Sanità, tenendo conto dell’invecchiamento della popolazione e dell’immigrazione di personale straniero in Italia, entro il 2030 emergerà una carenza di 24.797 medici e 250.242 infermieri. Inoltre, ci sono criticità organizzative, distribuzione inefficiente delle risorse umane, carichi di lavoro sbilanciati, orari pesanti, retribuzioni inadeguate, disparità di reddito a favore di chi può integrare con attività private, ineguaglianze territoriali.