In Germania Volkswagen annuncia il taglio di altri cinquanta mila posti di lavoro. Le undici mila piccole e medie imprese della filiera automotive del Veneto sono in allarme. Il manifatturiero teutonico e italiano sono legati. Il nostro è più nicchie di mercato, design, componentistica. Il tedesco si poggia sulla grande industria e per questo subisce i costi elevati di energia e materie prime. Si è votato in Sassonia-Anhalt, piccolo territorio dell’ex Ddr, la Germania comunista. Prima della riunificazione. Depressa e problematica. Con tassi di disoccupazione altissimi. Problemi sociali irrisolti. La trasformazione di un immenso sistema di pianificazione centralizzata in un sistema di mercato a dominanza d’imprese privata, scriveva Umberto Agnelli in un mio libro del 1997.
Alle condizioni correnti l’estrema destra di AfD - chi li ha votati non vuole il ritorno del nazismo - ha raccolto il disagio e si è piazzata al 44,5% di consensi. Il cancelliere Friedrich Merz è rimasto impelagato in un’economia di guerra che stenta a dare gli effetti sperati. Mentre intorno s’inasprisce il conflitto russo-ucraino. A fianco il Golfo, l’Iran, il Medio Oriente, polveriere sempre accese. Ha poco da stupirsi Merz. Quale reazione si poteva aspettare dagli elettori dopo che gli ha dato solo lacrime e sangue. Tutte insieme. Nemmeno diluite. Infatti nel suo discorso al Bundestag, il parlamento tedesco ha girato attorno alla remigrazione, ma la risposta di AfD è stata sul concreto: smettere con la guerra in Ucraina, basta armi a Kiev, riprendere il gas russo. Guardo caso tre temi default che hanno portato la Germania ad attorcigliarsi su se stessa, in questi anni. Il tipico esempio di come le sanzioni hanno fatto più male a noi europei che alla Russia.










