Fare ricerca, fare impresa e operare sui mercati internazionali guardando al futuro sembra un’impresa sempre più ardua. La velocità con cui evolvono tecnologia e scenari geopolitici disegna un contesto estremamente complesso e frammentato. Esistono tuttavia chiavi di lettura per orientarsi: passano per lo sviluppo di nuove competenze strategiche e per la capacità di intercettare i mutamenti fin dai loro primi segnali deboli.
È qui che entrano in gioco le metodologie dei ‘futures studies’, strumenti pensati per leggere in anticipo i trend e trasformare la complessità da minaccia a opportunità. Ma come funzionano concretamente questi strumenti e come si applicano alla strategia d’impresa? Ne parliamo con Francesco Brunori, futurist expert, cofondatore e ad di Skopìa Anticipation Services.
Ci sono molto modi di pensare al futuro: sociale, economico, ambientale, demografico. Tutti sembrano prefigurare il collasso planetario. È così?
Il contesto in cui viviamo è ricco di incertezze e soggetto a continue accelerazioni, in diversi contesti. Nei progetti che seguiamo, con aziende e organizzazioni pubbliche, spesso il punto di partenza è comune pur operando in realtà eterogenee: parlare di futuro, o meglio di futuri, in prima battuta, genera ansia e apprensione. Il futuro è spesso trattato come una variabile da prevedere: una curva da estendere, un trend da misurare, un rischio da contenere. Gli studi di futuro aiutano proprio a sottrarsi a questa lettura deterministica: non “predizioni” su ciò che accadrà, ma esplorazioni di futuri possibili, desiderabili (e indesiderabili), per rendere più robuste le decisioni prese nel presente. Lavorare con il futuro, attraverso le metodologie e strumenti dei futures studies, è una leva concreta che aiuta le organizzazioni a leggere i cambiamenti, gestire l’incertezza e costruire strategie più solide, antifragili, capaci di cogliere le opportunità che un cambiamento può portare nel medio e lungo periodo. Per questo, a mio avviso, osservando i futuri che verranno, non posso immaginare un’unica via, quale il collasso. Non perché i rischi siano trascurabili, ma perché considerare il futuro come un esito unico e lineare, predeterminato, significa rinunciare in partenza alla capacità di orientarlo e anticiparlo. Significa nascondere la testa sotto la sabbia, evitare il cambiamento perché fa paura, o perchè “si è sempre fatto così”.










