Nella storia del pensiero manageriale il futuro è andato assumendo una precisa morfologia lessicale e un’esatta collocazione concettuale nei termini di strategia, tattica, innovazione, cambiamento e nelle metodiche di management ad essi associate. Organizzazioni umane complesse come le imprese sono necessariamente protese al futuro e quelle di maggiore successo e longevità, in particolare, riescono a esserne interpreti e costruttrici, non limitandosi a reagire agli eventi ma anticipandoli e, in qualche misura, determinandoli.
Indeterminatezza, incertezza, complessità sono in questi percorsi i naturali compagni di strada con i quali fare i conti, senza perdere fiducia e positività, ma cercando di ridurli a dimensioni cognitivamente gestibili e strategicamente utili. Il senso ultimo di ogni pianificazione strategica, in fondo, sta tutto qui, come del resto è stato definito, ormai quasi un secolo fa, dai padri intellettuali del management, come Alfred Chandler e Peter Drucker, e successivamente adeguato alla contemporaneità da studiosi del calibro di Gary Hamel, David Teece, Michael Porter, fino ai più prossimi studiosi delle dynamic capabilities.
Navigare un oceano di incertezze, trovare arcipelaghi di certezza, tracciare rotte e adeguare equipaggi e armatura dell’imbarcazione, insomma, è il senso stesso dell’essere manager: lo è oggi, lo sarà domani. In questo contesto di proattività e orientamento al domani si inseriscono i Futures Studies, un campo di indagine multidisciplinare che, nato negli Stati Uniti verso la metà del secolo scorso3 e originariamente limitato alla sfera pubblica e militare, sta oggi vivendo una seconda gioventù, espandendosi anche al mondo del business per diventare una leva manageriale di innovazione e competitività.










