In oltre quarant’anni in aziende pubbliche e private ho visto innovazioni scomparire e altre cambiare il nostro modo di vivere. Nessuna ha reso superflua la responsabilità di decidere che cosa raccontare, come e nell’interesse di chi. Parlare del futuro dei media significa parlare del futuro delle democrazie. L’informazione non è soltanto un’industria: è il luogo nel quale una comunità si racconta, riconosce i propri valori e costruisce una visione condivisa. La trasformazione è tecnologica, economica, culturale e sociale. I confini tra televisione, radio, carta e digitale si dissolvono: tutto è contenuto, sempre accessibile. Ma l’abbondanza non genera automaticamente consapevolezza. Mai tante informazioni sono state disponibili e mai è stato così difficile distinguere il vero dal falso, il rilevante dal virale.
La prima emergenza è riconquistare la fiducia. Il pubblico si distribuisce tra televisione, piattaforme, social e podcast, mentre i giganti tecnologici intercettano pubblicità e dati. Anche la mediazione è in crisi: gli algoritmi decidono ciò che milioni di persone vedono o ignorano. Ma un algoritmo non assume responsabilità editoriale né possiede una coscienza civile. L’intelligenza artificiale generativa non va respinta. Può migliorare produzione, traduzione, ricerca e accessibilità. Ma può anche amplificare la disinformazione, creare immagini, riprodurre voci e volti e assottigliare il confine tra realtà e artificio. Le norme non bastano. Servono regole chiare e responsabilità: fonti riconoscibili, trasparenza sull’uso dell’Ai, verifica di immagini e filmati, rapida correzione degli errori. La velocità non può essere l’unico criterio: diffondere per primi una notizia falsa significa perdere credibilità.






