CATANZARO Otto nuovi indagati, nuovi accertamenti sul Dna e sui reperti raccolti nel corso degli anni e un processo già in corso davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro. A più di dieci anni dalla scomparsa di Maria Chindamo, il percorso giudiziario sulla morte dell’imprenditrice di Laureana di Borrello conosce un’altra svolta. E, ancora una volta, torna a interrogare quanto accadde la mattina del 6 maggio 2016 in località Montalto di Limbadi. Quella sull’omicidio di Maria Chindamo è infatti un’indagine che nel tempo ha cambiato più volte volto, attraversando arresti, scarcerazioni, pronunciamenti della Cassazione, nuove dichiarazioni di collaboratori di giustizia e una maxi inchiesta antimafia. Fino al processo contro Salvatore Ascone, oggi unico imputato davanti alla Corte d’Assise, e al nuovo procedimento nel quale la Dda di Catanzaro ha iscritto altre otto persone ipotizzando per tutte il concorso nell’omicidio, nella distruzione e nell’occultamento del cadavere, con l’aggravante della finalità di agevolare la cosca Mancuso.

Il primo fascicolo e l’arresto di Ascone nel 2019

Per arrivare al nuovo scenario bisogna tornare indietro al luglio del 2019, tre anni dopo la scomparsa dell’imprenditrice. Fin dalle prime ore successive al 6 maggio 2016 l’attenzione degli investigatori si era concentrata anche sul sistema di videosorveglianza installato nella proprietà di Salvatore Ascone, situata proprio di fronte all’azienda agricola di Maria Chindamo. Una telecamera potenzialmente decisiva, perché orientata verso la zona in cui quella mattina era stata ritrovata la Dacia Duster dell’imprenditrice, ancora accesa, con tracce di sangue nelle vicinanze. Quelle immagini, però, non c’erano. L’11 luglio 2019 il gip di Vibo Valentia dispose la custodia cautelare in carcere per Salvatore Ascone, all’epoca 53enne, accusato di concorso nell’omicidio. Secondo il primo impianto accusatorio, il sistema di videosorveglianza sarebbe stato manomesso prima della scomparsa così da impedire la registrazione delle immagini e consentire a chi aveva agito di muoversi senza essere ripreso. Nel fascicolo era coinvolto anche il figlio Rocco, minorenne al momento dei fatti. E già allora compariva un altro nome destinato, sette anni dopo, a tornare nell’inchiesta: Nicolae Lurenthiu Gheorghe, operaio romeno che lavorava per Ascone. Era la prima vera svolta giudiziaria del caso. Ma quel primo impianto accusatorio non superò il vaglio cautelare. Il 2 agosto 2019 il Tribunale del Riesame di Catanzaro annullò l’ordinanza di custodia cautelare e dispose la scarcerazione di Ascone. La difesa aveva contestato la ricostruzione investigativa depositando anche una consulenza tecnica sul funzionamento delle telecamere, sugli orari e sui tempi di percorrenza.