di
Rinaldo Frignani
La faida del 2019 che ha portato all'agguato a Fabrizio Piscitelli è stata seguita da regolamenti incrociati e dal pestaggio dietro le sbarre del presunto killer, assolto in appello. Il gip: «Grazie a chi indaga non altri morti»
Il motto dei Senese a Roma: «O paghi o muori». Messo in atto contro «Diabolik», ma anche alla base della reazione dei gruppi criminali amici di Fabrizio Piscitelli. Perché l’esecuzione del capo ultrà della Lazio nel parco degli Acquedotti di sette anni fa ha dato il via a una serie di agguati e vendette che solo per la bravura degli investigatori - e in qualche caso per le soffiate fra affiliati all’ultimo momento - non hanno innescato una guerra sanguinosa nei quartieri, come quella che nel 2011 provocò numerose vittime. A confermarlo è lo stesso gip Livio Sabatini che nella sua ordinanza sottolinea come «le circostanze emerse dalla disamina di questo procedimento penale sono allarmanti perché hanno rivelato che la protrazione delle condotte delittuose ed il compimento di ulteriori fatti di sangue sono stati scongiurati esclusivamente per i numerosi arresti susseguitisi in tempi recenti».
La trappola del «Miliardero»Ma rimane il fatto che quel periodo storico, prima del Covid, fu caratterizzato, come sottolinea lo stesso giudice da una «fibrillazione» che nel caso di «Diabolik» si era concretizzata nei suoi contrasti con «er Miliardero» Alessandro Capriotti, che per l’accusa gli ha teso la trappola al parco degli Acquedotti, rinviata di un giorno, forse una prova generale per capire se Piscitelli si sarebbe presentato e come, ma anche nello scontro d’interessi e non solo fra la compagine del capo ultrà, con il socio Fabrizio Fabietti e gli albanesi di Elvis Demce, e l’alleanza fra Leandro Bennato e Giuseppe Molisso, nonché la rottura ormai evidente con il clan Senese, soprattutto con il super boss Michele, nonostante i vincoli di parentela esistenti fra loro.











